M.A.C.C. ( Movimento,Associativo, Culturale, Cittadino)
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M.A.C.C.( Movim. Ass. Cult. Cittadino) Santeramo in Colle (BA)
M.A.C.C.( Movim. Ass. Cult. Cittadino) Santeramo in Colle (BA)

PERSONALITA, RACCONTI, RICERCHE

Paese Mio lascia ampio spazio alle vostre idee e crea momenti di incontro fra cittdini e amanti della cultura ,dell'arte.della storia. Grazie alla nostra posizione facilmente raggiungibile, la nostra Associazione non è  solo interessata ai soci  iscritti ma anche a chi ha il piacere di iscriversi, persone interessate alle nostre attività e che intendono portare il loro contributo di idee , suggerimenti e proposte per lo sviluppo culturale in vari ambiti. 

 I soci iscritti  di Paese Mio saranno lieti di trasmettervi la loro passione per l'arte, le ricerche  storiche  del territorio  e approfondimenti culturali sulle tradizioni  e di dar vita a discussioni interessanti con chi desidera fare delle nuove esperienze artistiche. Vi invitiamo a visitarci e a scoprire il nostro programma, le nostre iniziative , le nostre idee.

 

 Nel nostro sito potrete trovare notizie in chiave storico culturale, per poter ampliare il bagaglio di conoscenza del passato,quindi ( sapere, Capire, Conoscer ,Imparare). In più sarete e saremo orgogliosi se ci sosterrete con idee, suggerimenti, contributi vari , anche con piccoli o grandi contributi finanziari volontari. Il tutto per poter valorizzare, le vostre e nostre buone idee, che faranno crescere la cultura in tutti i suoi settori. Siate certi che di tutto si farà buon uso. Quuesto sito vi consentirà di conoscerci meglio e di entrare in qualsiasi momento in contatto con noi per ricevere maggiori chiarimenti.

 

IN FAMIGLIA  “ERA”              NATALE

       Sapere, Capire, Conoscere, Imparare

Nell’immediato dopoguerra e per tanti anni a seguire, verso la fine di Novembre in molte famiglie, si incominciava a respirare l’aria del Natale .Racconterò come si viveva nella mia famiglia  questo  periodo. A fine Novembre ,incominciavamo con i preparativi per la festa più attesa dell’anno. Ricordo che noi bambini , ma anche gli adulti si prodigavano in vari modi finche, il tutto si svolgesse  nelle migliori delle aspettative. Già il 28 di Novembre cominciava la novena dell’Immacolata, era questo il giorno in cui  si apriva   ufficialmente il periodo natalizio. Il giorno 7 Dicembre, la vigilia dell’Immacolata a Santeramo , ma anche in molte zone del nostro sud, si usava fare il digiuno per tutta la giornata,  arrivando così alle prime ore della sera, e trovarsi  tutti radunati intorno alla tavola, per consumare la cena. Il menù di questa particolare serata (comprensivo di colazione e pranzo) era tassativamente formato, da un  primo  di  lasagna fatta in casa da mia madre con baccalà cotto nel  sugo. Seguiva il secondo(precisando che all’epoca non si aveva idea di cosa fosse o  che si potesse dare il nome o denominarlo  “secondo”)a base di baccalà fritto a volontà. Dopo, frutta secca, generalmente noci e mandorle, non si vuole dimenticare di citare che non mancava per chi lo beveva , un buon bicchiere di vino, vino che per la sua indiscutibile genuinità, bontà e gusto non si poteva  mettere minimante in dubbio , perche tutto era fatto da proprie mani o mani amiche conosciutissime. A chiusura ,  il dolce che per tradizione , erano le “pettole”  cioè piccoli e particolari “pizzi  fritti ” calati ed inzuppati nel “ vin cotto”   estratto di succo di fichi. Voglio far notare ,che  mio padre svolgeva  l’attività di calzolaio ,ed aveva parecchi dipendenti per la produzione di scarpe, che andavamo a vendere al mercato, anche nei paesi vicini. La sera della vigilia quasi per tradizione, invitava a cenare  insieme con noi tutti i dipendenti, dopo aver digiunato tutta la giornata. Mia madre durante la giornata aveva preparato tutto, cosi appena si faceva buio si preparava la tavola.  Ricordo in modo particolare, che a quei tempi , eravamo tutti seduti a tavola, mentre sulla stessa si mettevano, dei grossi e capienti  piatti, che permettevano di mangiare in ognuno  quattro o cinque persone, cercando di prendere il cibo dalla parte o spicchi di spazio alla persona riservato, senza invadere il “ territorio” altrui. Questi piatti venivano chiamati (mbriel o minzmbriel ). Quando tutto il pranzo era terminato ,mio padre ci dava appuntamento verso le nove per cominciare a giocare a carte, aprendo così anche per questo, il periodo ufficiale di tali giochi. Nell’attesa che l’ora dell’atteso divertimento arrivasse , io, mia sorella e mia madre facevamo pulizia  varie, principalmente si lavavano i piatti, compito riservato alle donne , si lavava a terra, si preparando  diversi tavoli, da farne uso per i giochi a carte. Verso le nove incominciavano ad arrivare  altre persone , amici e conoscenti, oltre alle persone che avevano cenato con noi, quindi si aggiungevano anche molti zii o cugini che venivano a passare la nottata, giocando a carte .Ricordo con piacere ed in modo  indimenticabile, che appena formate le squadre di gioco, mio padre veniva ai tavoli cominciando dai giocatori più piccoli e ci distribuiva un poco di monete “spiccioli” per poter giocare,  e poter pagare in caso di perdita. In modo felice si ricorda  che  per i più grandi di età i giochi erano generalmente, “la stoppa” o “la bestia”. Per i più piccoli ,insieme alle donne, i giochi  erano il “sette e mezzo” “ il ventuno” il “ mazzetto”. Molto spesso, per i piu grandi i giochi si facevano terminare per accanimento, la mattina verso le sette. Questo perche, si andava a darsi una rinfrescata lavandosi la faccia, perché  subito dopo bisognava recarsi  in chiesa, e  tutti a messa. Precisando che su  questo dovere morale, educativo e di tradizione mio padre non permetteva transigere.  C’è da dire e bisogna dare atto, che,  mio padre ha  sempre considerato questa festa tra le più grandi della cristianità. Praticamente con  l’ Immacolata si era  in pieno periodo natalizio.  Si vuole anche ricordare che Il giorno dieci di Dicembre a Santeramo, si festeggia il patrocinio di Sant’Erasmo.  Ed il giorno 13 si festeggia Santa Lucia,  in quegli anni, oramai sono ricordi  che non è giusto cancellarli, si usava per  tradizione e rispetto,  fare festa.  A Santeramo c’era una forte devozione  per questa Santa . Ribadendo che oggi, le nuove generazioni e con l’industrializzazione tante devozioni  tante tradizioni sono sparite o si continua a farle sparire e cancellarle. Ormai i giovani hanno tante altre attrattive. Finalmente arrivava il tanto atteso giorno 16  Dicembre e comincia così  la novena di Natale, le cosiddette “noov lamb” , che si celebravano la mattina alle 4,30  annunciate dal  suono delle campane, quindi l’invito a tutti, piccoli e grandi a  recarsi  in chiesa , dove  l’arciprete celebrava la novena del Santo Natale, che anche noi  piccoli,  seguivamo con piacere e partecipazione.  Finita la celebrazione della novena si usciva e si tornava a casa, perche i più grandi si dovevano preparare per andare  presto e di buon ora a lavorare.   Si vuole  anche citare alcuni felici e gioiosi ricordi che questo levarsi di buon ora per la celebrazione  dei “Nov Lamp” per I ragazzini un poco  più monelli e più   vivaci , era occasione di buon ora di  lasciarsi  andare a scorribande  e scherzi, quali per esempio:  A quei tempi c’erano in paese tanti traini e carretti, principale e quasi l’unico mezzo di locomozione per recarsi in campagna,  tali mezzi venivano presi di mira da questi ragazzi che li  prendevano e li trascinavano in strade in discesa, lasciandoli andare  senza guida e controllo al loro destino,  spesso provocando  dei grossi danni. Per esempio ricordo che verso la fine degli anni cinquanta successe un fatto molto grave. In via Ospedale viveva una coppia di anziani senza figli, siccome negli anni precedenti  avevano subito dei danni, provocati dai famosi scherzi,  pensarono bene, di legare con una grossa fune, il traino al letto di ferro,  della propria abitazione,  letti di ferro molti in uso in quell’epoca. Una di quelle  mattine alcuni di questi ragazzacci , se ne accorsero che il traino era legato a qualcosa, cosi chiamarono in aiuto altri ragazzi e con uno spintone forte il traino parti e si tirò appresso il letto ,scardinando  la porta , rompendo  i vetri . I due poveretti presi dal grande spavento rimasero, scioccati e  segnati per tutta la loro vita. Intanto nelle case si preparavano i presepi ,si faceva  quasi gara a chi doveva farlo più bello, caratteristico e ricco di  pupazzetti figuranti. In casa mia eravamo sei fratelli e due sorelle e nel costruire il presepe  ci avevamo divisi i compiti, chi era addetto a preparare lo scheletro, chi girava i cantieri per reperire le carte dei sacchetti vuoti che contenevano il  cemento,  molto adatta per preparare  e ricavare le grotte, i monti e le valli. Un altro si incaricava di reperire i rami di pino, che si mettevano ai due lati del presepio ,formando una copertura tipo cupola. Una volta completato  lo scheletro ,si procedeva alle rifiniture uno sistemava le luci, si  ricorda ed io lo ricordo molto bene,  che per fare il fuoco ,rivestivamo una lampadina di carta velina rossa ma , molte volte  presi dalla passione  e nell’incoscienza , non si pensava che al calore si  potesse bruciare,  qualche volta accaduto , senza gravi danni per fortuna . In seguito , per ovviare al pericolo si  cercò di dipingere le lampadine  con il colore rosso ,fino a quando furono prodotte  le lampadine colorate. Io ero addetto a cercare il muschio, conoscevo località che in  posti diversi, riuscivo a ricavare  delle pezzature di muschio,  fino trenta quaranta centimetri quadri. Quando tutta la base e lo scheletro completo del presepe era pronto,  vi era il ricavare , evidenziare   le stradine e percorsi, con ghiaia e polvere di tufo, tutto il resto del terreno e territorio raffigurato si copriva col muschio. Cosi  arrivato alla fine dell’opera,  io procedevo con arte ed immaginazione  a  sistemare  i pupi figuranti , ai propri posti. Cominciavo a sistemare prima la Madonna e san Giuseppe ,il bue, l’asinello,  gli angioletti, le ciaramelle, i pastori, zampognari, le popolane che portavano ogni tipo di cose o doni  al Bambinello.  Nel posizionare  i figuranti di argilla dipinti e colorati meravigliosamente , Il primo posto toccava alla mamma di Santo Stefano, che la fantasia popolare, la raffigurava con un bambino in braccio, dicendo  che fu  la prima ad arrivare alla grotta per adorare il Bambino. Nella parte più alta del presepe si sistemavano castelli,  da dove partivano i Re Magi. Quello che rimane nei ricordi e di molto caratteristico  era che ai rami di pino, si attaccavano, mandarini, uva  di qualità particolari , resistente molto più di altre alla conservazione, tipo   ( malvasia)   che avevamo appesa e conservata  durante la vendemmia,   mele cotogne ,mele granate, piccoli  “porcellini”  fatta di pasta per le scamorze, piccoli salsicciotti, ecc Vicino alla grotta si sistemavano piccole forme  di cacio ricotta ,piccole scamorze.   Felici ricordi che tornano alla mente, fanno mettere in evidenza  che  quei   prodotti o doni messi al presepe,  col passare dei giorni in quei lontani tempi,  il loro numero magicamente  qualche volta si riduceva. Finalmente si giungeva alla sera del 24 Dicembre  vigilia del Santo Natale.  Era il giorno in cui ci  radunavamo tutti intorno al presepio, e ci si preparava la piccola processione, ai più piccoli si dava a ciascuno una candelina o una fontanella luminosa , di quelle che bruciando fanno schizzare  tanta stelline di color argento. Intanto io mio padre e qualche altro che sapeva ed aveva voce e toni per cantare, con i libri  tra le mani,  contenenti funzioni e canti di Natale , si  intonava tassativamente, il (Te Lodiamo Dio ) “Te Deum “  in latino.  Era questa intonazione del canto che faceva  partire  la processione, il cui percorso, consisteva nel girare intorno alla stanza e tempo meteorologico permettendo si usciva nello spazio antistante l’abitazione. Si continuava con il canto delle nenie natalizie, tipo Tu scendi dalle stelle, in Notte Placida,  Astro del Ciel , Venite Fedeli ecc. Mentre girava la processione, uno dei bambini che portava il Bambinello Gesù  lo faceva baciare a tutti i presenti, in segno di adorazione,  questo gesto  permetteva anche ai  presenti, mettere  qualche spicciolo nel cestino facendo funzione di culla dove alloggiava, il Bambinello Gesù. Gli  spiccioli  servivano per comperare altri pupi e figuranti  l’anno successivo, per ampliare, arricchire ed abbellire sempre più il presepe.                            Di  Angiola  Pasquale  

 

PARROCCHIE E QUARTIERI

                                                     Sapere,   Capire,    Conoscere,                            Imparare

 

Nel 1931 a Santeramo ,visto che il paese era cresciuto parecchio . L’arcivescovo di Bari Monsignor Augusto Curi ,decise di erigere a parrocchia la chiesa del Convento di San Rocco intitolandola al SS Crocifisso . Questo perché, già esisteva una bellissima immagine in legno di ulivo, del Cristo Crocifisso , scolpita dal frate francescano Angelo da Pietra Fissa (CS) che  oggi possiamo ammirare sull’ altare maggiore . Come primo parroco ,fu mandato un sacerdote di Toritto che pare si chiamasse Don Vincenzo, ma non sappiamo altro .  Don Vincenzo vi rimase solo pochi mesi,perché per ragioni di salute chiese all’Arcivescovo, di essere trasferito. A seguito dell’accoglienza di trasferimento, l’Arcivescovo mandò in sostituzione di Don Vincenzo un giovane prete Santermano appena ordinato sacerdote. Il nome del nuovo parroco era Don Leonardo Giove, che vi rimase fino al 1938, quando venne trasferito alla parrocchia di San Giuseppe a Bari . A Santeramo  con  il nuovo trasferimento,  fù mandato un altro giovane prete, che veniva da Montrone, ( attuale Adelfia) questo  si chiamava Don Francesco  Incellis,  per tutti più noto con nome più confidenziale  ( Don Cicc u  cument ), don Ciccio del Convento. Molto noto ai  meno giovani è il fatto che  durante la guerra, si prodigò in ogni modo per alleviare le tante sofferenze della gente. Era un prete che stava sempre in prima linea, sempre a fianco dei lavoratori sia durante l’occupazione dei tedeschi, che durante la liberazione quando arrivarono gli alleati. Nell’immediato dopoguerra si diede da fare per aiutare tante famiglie bisognose di tutto. Si diede da fare nel distribuire gli aiuti che arrivarono dell’America con il famoso Piano Mansciolt. Aiutò tanta gente  facendo da scrivano e da lettore, prima per i soldati che stavano in guerra e poi anche per le famiglie che avevano i parenti emigrati. Negl’anni cinquanta costruì il maestoso campanile, che ammiriamo  a fianco della facciata centrale. Prima  c’era  solo il campanile stile Francescano, eretto  sulla facciata posteriore  a ridosso del campetto ricreativo e di giochi. Vi sono  locali costruiti sul lato destro fiancheggiando  via Matera, trattasi di un salone seminterrato, un salone a piano terra, ed un primo piano con quattro locali, che oggi sono adibiti per le classi di catechismo, di cui la parrocchia e sempre carente dato la grandezza della stessa. Però i suddetti locali secondo l’idea di don Ciccio,  dovevano servire per fare un’asilo visto che il quartiere in espansione, ne era sprovvisto. Ma poi non se ne fece più niente e tutto il complesso fù utilizzato in modi diversi .Nel 1978 quando ormai le forze venivano meno . L’ Arcivescovo di Bari Monsignor Mariano Magrassi ,decise di trasferire Don Pierino Dattoli che faceva il Vicario nella chiesa Madre, diventò parroco della parrocchia del SS. Crocifisso . Ricordo che Don Pierino era preoccupato perché , non era facile sostituire uno come Don Ciccio, ma armato di tanta volontà e con l’aiuto di noi parrocchiani incominciò a prendere le tante iniziative vedi la radio colle,che in seguito diventò TRC  il giornale partecipare, la scuola di musica. Ma il coro parrocchiale forte di una ottantina di persone e con un  repertorio che spaziava dal folk ,ai canti popolari dialettali, ma principalmente la musica sacra, con brani impegnati anche a quattro voci,di autori importanti e nel 1982 dopo che si concretizzo il gemellaggio con la cittadina tedesca di Bad Sachingen, organizzò una tourne in diverse città della Germania della Svizzera e anche nel Lussemburgo, dove c’erano comunità italiane e Santermane . Peccato che dopo tanto lavoro, nel 1984 l’Arcivescovo decise di trasferire Don Pierino, come arciprete a Toritto ,tale decisione non accettata dalla nostra parrocchia ,pertanto ,si costituì  un comitato parrocchiale per far rimanere don Pierino in mezzo a noi .Fummo ricevuti per ben tre volte dall’Arcivescovo ma alla fine ci concedò dicendo che la comunità di Toritto aveva bisogno di un parroco come don Pierino .di fronte a ciò ci arrendemmo. Alla fine di ottobre del1984 l’Arcivescovo il nuovo parroco il sacerdote don Franco Vitucci di Binetto e rimase con noi per circa tre anni ,poiché nel 1986 la CEI ed il Vaticano decisero un riordino delle diocesi italiane. Fu istituita la nuova diocesi della murgia con la denominazione di Altamura Gravina Acquaviva. Avveniva che dopo oltre mille anni di appartenenza alla diocesi di Bari ,Santeramo  fù scorporata da Bari e fù accorpata alla nuova diocesi. Fù chiesto ai sacerdoti di scegliere di rimanere nelle parrocchie  dove operavano oppure ritornare nelle diocesi di appartenenza , don Franco Vitucci scelse di ritornare  nella diocesi di Bari e fu destinato a Grumo .Come vescovo della nuova diocesi fu nominato Monsignor Tarcisio Pisani di fresca nomina Episcopale proveniente dall’ordine dei Minimi di San Francesco da Paola.Alla nostra parrocchia fu mandato don Nicola Laterza un sacerdote di Acquaviva delle Fonti che veniva dalla parrocchia della Maddalena di Bari dove per circa tre anni aveva svolto il compito di vicario . E di fresca memoria tutto il bene che à fatto in mezzo a noi ,sia dal punto di vista pastorale che caritatevole, fino ai tanti lavori  fatti ,compreso i restauri nelle rettorie di San Domenico , della Pietà  e di San Domenico .Purtroppo il24 3 2008 prematuramente Don Nicola ci ha lasciato ,per raggiungere la casa del Padre ,lasciando la parrocchia nello sconforto e nella desolazione .Da circa due anni come tutti sappiamo il nostro parroco ,è don Mirko di nazionalità Polacca ,ammirevole per il suo impegno .che sta mettendo per far sì che non sia da meno degl’altri parroci che lo hanno preceduto e al quale non resta che augurarle buon lavoro .          Angiola  Pasquale 

ILLUSTRE PERSONALITA

STORIE E ANEDDOTI PAESANI

 Nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si racconta

13) oggeti, indicazioni,attrezzi, sinonimi, in dialetto locale

 

Lumnark a1 (specie di libricino con previsioni  di fenomeni atmosferici ) Uzclid a2( pezzo di spago, in origine formato da lunghe bobine  di circa 100mt.  prevalentemente  usato per la legatura di fasci di frumento durante la mietitura .   Dopo tale uso, veniva recuperato e  di volta in volta  riutilizzato sfruttando le varie misure  recuperate.  Tale riutilizzo avvenivamolte volte secondo le esigenze  ) Scaldina3( contenitore in rame con manico che conteneva carboni accesi , molto usato per stirare o riscaldare indumenti, culle o lettini per i bambini o per gli anziani nelle stagioni fredde. Oggi  potrebbe somigliare  a una  piccola pentola con un manico ) Rugna4( malattia di pelle , molto fastidiosa  e di lenta guarigione che provocava terribile prurito e  per alleviarlo bisognava continuamente grattarsi sulle varie parti  interessate dall’infezione ). Vtren a5(  malattia, una  reazione che il corpo umano  aveva nella tenera  età, per munirsi di difese immunitarie.  Era molto necessario che i bambini avessero queste reazioni,   perché contrarle  da adulti era  molto più pericoloso e fastidioso come anche oggi. Daziier a6 ( addetto alla riscossione di tributo o tasse su determinati prodotti specialmente alimentari e alcolici ( vino)  Ciummrut a7 (persona con il difetto fisico della  gobba più o meno accentuata,  oppure di oggetto che presentava delle sporgenze  non essendo liscio e lineare ) Trstid a8( barra di ferro che ai suoi laterali presentava dei piedi di appoggio , molto usato per poter posare sopra delle larghe tavole di legno su cui mettere il materasso, il cosi detto "saccon"   ) Capason  a9( grosso recipiente in terracotta oper poter conservare vari prodotti  tipo olio, vino, legumi ). R nael  a10( il moderno vasino per i piccoli  che nel passato era usato anche dai grandi per adempiere alle funzioni del gabinetto piccolo (pipi) nelle ore specialmente notturne , prima della realizzazione della  moderna fogna. Saccon a11( grande sacco in canapa o tela di iuta contenente paglia  ricavata dalle piante di orzo. Col  passare del tempo si migliorava  mettendoci  le foglie della pannocchia  di granturco e successivamente per i più ricchi e benestanti, la lana proveniente dalla tosatura delle pecore.). Pupnin  a12 (frutto o pannocchia della pianta del granturco ) S tel  a13( setaccio per passare la farina prima di adoperarla per preparare pane , biscotti ). Diavlich  a14( peperoncino molto piccante con forma allungata ). Spunzaet  a15( fette di pane casereccio messe  nel piatto prima di calarvi  la minestra, generalmente molto usato e gustosissimo sotto i legumi fave ,ceci, cicerchie ). Canned  a16( tipo di antico rubinetto in legno  inserito in un foro nella parte frontale e bassa delle botti  per poter prelevare il vino, riempiendo all'occorrenza un recipiente  cosidetto ( r zzul ) di capacita un litro due  ). Fracer  a17 (contenitore in rame o ottone  di carboni accesi inserito su una piattaforma rotonda con foro a centro sollevato dal pavimento di circa trenta centimetri usato per poter riscaldare ambienti , persone  e asciugare panni nei periodi invernali con uso sovrapposto di una cupola in ferro o in legno cosi detto (assucapan).  Così come pure   la famiglia generalmente si riuniva intorno per passare il tempo nei periodi di inattività invernali o per l’ora di pranzo o cena ). Ustip  a18( mobile basso generalmente a due ante dove veniva  conservato  una quantità di pane, ( trumbaet) cioè fatto in casa , bastante per la famiglia per una settimana e più ) Crdenz  a19 ( mobile a  tre ante spesso con vetrate per conservare bicchieri stoviglie ed oggetti casalinghi tenuti un  poco  più  in vista e molto usati  in presenza di ospiti, amici e parenti). Salzarid a20 ( recipiente in terracotta o argilla verniciato della grandezza all'incirca di un moderno primo piatto fondo per poter mettere ad asciugare al sole il nettare  di pomodoro e farne quasi un concentrato semi asciutto la così detta “conserva” molto gustosa per farne sughi genuini e saporiti per il famoso ragù  ) Cucmid  a21 ( piccolo contenitore di argilla verniciato usato per conservare piccola quantità di massa per il pane  lasciato in fermentazione, cioè il lievito per il successivo impasto " la trumbaet" ) Macenl  a22 ( attrezzo usato in passato per poter trasformare delle matasse di lana o filati di vario genere , colore e materiale diverso, in  gomitoli.  Aveva la forma di una colonna ottagonale a spazio vuoto , con solo barrette di legno , messe verticalmente , collegate tra loro con altre piccole barrette dello stesso legno . Con il diametro di base più grande rispetto  alla parte superiore e con un asse centrale fissato e  poggiato su una base  su cui il tutto ruotava ) Cuenza23 ( attuale torchio usato per pressare le uve fermentate ( la vnaz  vinaccia  )e quindi tirare fuori il mosto , che col tempo diventava vino. Detto popolare: A San Martino ogni mosto è vino ) Lardie a24( antica macchina tessile che permetteva la tessitura di teli e stoffe ) Vaset a25( contenitore di argilla verniciato del diametro di circa venti centimetri per trenta di altezza usato per conservare alimenti di vario genere sottolio marmellate, ricotta forte, fichi secchi ecc. ) Lambaer  a26( lampada a petrolio portatile usata su mezzi di antico trasporto, traini, carri, per segnalare la presenza notturna, ed anche come lampada portatile ) Tavlir a27, ( attrezzo casalingo  di legno  a forma di un coperchio di una scatola quadrata con dimensioni di circa un metro e trenta per uno e trenta con altezza di venti centimetri per impasto delle farine per  fare il pane ,( trumbae ) pasta in casa, varie "( la segn, i cavatid, i ricchieted, frcid,  ) pasta per dolci ( cartddaet, purcid, pastin,) Scuscel a28,( attrezzo usato per frustare all'occorrenza gli animali da  traino,  carro per trasporto merci, per ammaestrare cavalli o altro al circo. Fatto di due parti e cioè da una bacchetta rotonda di legno con un capo più grande a sfinire verso l’altro più piccolo, e altra parte consistente in una cordicella lunga circa due metri sempre con un capo più grande rispetto all’altro che andava a sfinire, che al suo veloce movimento  emetteva un suono scoppiettante ) Custip, a29( attuale raffreddore o influenza con tosse) Spondapet  a30   ( ferro di chiusura di porte o finestre messo alla base di esse, in verticale, che si andava a fissare spingendolo verso giù,  in un foro praticato  nel materiale  della pavimentazione  bloccando l’apertura  delle stesse  ) Gr ni n a31,(   frutto delle pannocchie di granturco) Manner a32 ,( ascia usata molto dai boscaioli per poter spaccare la legna, oppure altro tipo usato dai macellai per spezzettare carni con osso)  Scuan a33,( attrezzo usato per mettere i bambini piccoli ancora in fasce,  a  giocare  o se si può dire “depositarli “tenendoli  fermi  e sotto sorveglianza )  C c naet a34  ( recipiente di argilla usato per contenere acqua, con la forma a palla, con due manici  e un collo ed imboccatura stretta.  Riusciva in periodo estivo a mantenere per un tempo maggiore l'acqua fresca più  di ogni altro recipiente)  Scuerz a35( crosta del pane o la pelle della carne del maiale ) mddicl( minuscoli pezzettini di pane della parte interna e   morbida del pezzo  ad indicare la "mollica" del pane ) Rzzul a36 (recipiente con forma particolare di capacità di litri uno o due ,usato per mettere il vino a tavola, composto  di materiale argilloso verniciato lucido ) Mannil  a37( asciugamano da bagno per pulire ed asciugare il viso ), Puerc a38( il maiale ), Sugn a39  ( grasso di maiale fatto sciogliere al calore. Il liquido così ottenuto  veniva  fatto raffreddare diventando come una gelatina , quindi  conservato in vasetti di terracotta ,  per usarlo in seguito nel tempo  come olio di condimento e cotture minestre , quando tale prodotto era di pochissima produzione  quindi era pregiato ) Psasael  a40( un principio o una ragione in cui non si ammetteva contrarietà , e sostenuto fino all’inverosimile come  cocciutaggine)  Gnembr a41  ( Attuale gomitolo , specialmente di lana ) ,Ch cu a42 ,( un antico giocattolo fatto di argilla  e colorato con colori vivaci che emetteva un suono o fischio particolare . Spesso rappresentava  un gallo o altro uccello, altre volte qualche personaggio) C  ndron  a43   (grosso chiodo usato molto per conficcarlo nei muri ,per poter appendere qualcosa, anche usato da muratori e falegnami per unire grossi pezzi di legno) Traghie  a44 ( attrezzo usato dai contadini , a forma di una grossa tovaglia con numerosi pezzi  di ferro dentati a due o tre punte,  legati tra loro con anelli in modo da renderla quasi snodabile. Permetteva di   rompere e sgretolare il  terreno a forma di massi dopo l’aratura e livellarlo il più possibile.  Era trainata per i campi da cavalli o muli ,  ed in tempi meno remoti  anche da trattori) Diavlot   a45( grosso cilindro di legno con l’inserimento su tutta la facciata esterna di pezzi di piastre taglienti.  Nella rotazione su una pista rotonda contenente fascine di piante di frumento, le tranciava  e  permetteva di ottenere la paglia, alimento per gli animali durante la stagione invernale  ed anche la conseguente separazione del frumento dalla pianta.  Successivamente   usando la ventilazione naturale ,  quando tirava  vento, tirando il tutto in aria avveniva la separazione della paglia dal frumento dovuto al loro diverso  peso . Sulla pista citata prima ,veniva fatto girare trainato dal cavallo quasi al trotto) Sciarabbael  a46 ( carro più piccolo del traino , molto più leggero, più elegante ,  ed a volte anche colorato, nei suoi  componenti) Callared a47 (attuale mastella usata dai muratori ). Ianlatur  a48 ( attrezzo  casalingo  consistente in un pezzo di legno liscio e rotondo della lunghezza di un metro circa e del diametro di circa due centimetri usato per stendere la pasta riducendola a sfoglia ,usata per far le lasagne  o altro) Fe sc c  a49( contenitore cilindrico del diametro di circa quindici centimetri la  stessa altezza o anche  misure diverse , ottenute con materiale naturale e cioè dall’ intreccio lavorato di steli di piante secche, cresciute lungo i fiumi o ruscelli, chiamate "sciun g" ( giunchi ) usato per contenere  ricotta o pasta  fresca di formaggio, per poterla trattare con sale, olio , aceto ecc. facendola  invecchiare e stagionare ed avere poi il formaggio da grattugiare ) Fscid  a50( piccolo contenitore prevalentemente di alluminio bucherellato  o stesso materiale della ( fe sc c ) di forma cilindrica con la base più piccola della parte superiore usato per la ricotta fresca) U magn a51( piattaforma in legno rettangolare con un lato più stretto un  po’  a punta quadrata  con un piccolo foro terminale. Il tutto serviva per poter posare sopra la pasta ottenuta dopo il coagulo del latte  (u  p lu s ) e farla fermentare. Poi  al momento opportuno, lavorarla per fare provoloni ,scamorze, mozzarelle e altro)   P lu s a52 ( derivato del coagulo del latte ). La cuch  a53 ( piccolo contenitore in argilla verniciato con la base rotonda a palloncino con un collo stretto  ed un piccolo foro terminale e serviva per contenere olio ed usarla come oliera , quasi come una attuale ampolla ) Gramp a54 ( attrezzo usato per poter recuperare  i secchi caduti nei pozzi. Era costituita da un cerchio fatto di lamiera di ferro, dove erano attaccati tante catenelle con alla punta degli uncini  molto appuntiti) Falestr a55 ( tipo di trappola in filo di ferro in alcune parti reso a molla in modo da scattare quando veniva toccato.  Usato spesso per catturare uccelli) Ion  a56( la fionda , consisteva in uno spago lungo circa due metri piegato in due, con ai  terminali la forma di  due piccoli anelli  da tenere fra le dita. Alla metà della piegatura una piastrina  di pelle o stoffa di circa cm. 15x 7 per contenere l’oggetto da lanciare . Questo avveniva  dopo che il tutto si faceva  ruotare velocemente con un braccio, fino a quando a velocità massima, si lasciava  la presa dal dito di un anello e  l’ oggetto per forza centrifuga schizzava via lontano) Trasas a57 ( tipo di fionda  costituita  da un pezzo di legno a forma di ipsilon generalmente ricavata da rami di alberi con  due punte cui era fissata  una molla un  po’  larga  e lunga circa 15 cm. con al centro una piastrina generalmente in stoffa o pelle contenente il sassolino da lanciare.  Una volta che la molla era stata tesa mantenendo con la mano sinistra la base della ipsilon di legno e con la destra tirando  indietro la piastrina di pelle contenente il sasso da lanciare, si lasciava  improvvisamente  la molla in tiro e si  lasciava partire il sasso   con una velocità  e precisione incredibile .)  Runced a58  ( tipo di coltello di piccola misura con la forma curva  e appuntita  nella parte terminale usato molto dai contadini per lavori su piccole piante di vite o alberi, facendo  incisioni e tagli per innesti,  ma anche all’occorrenza usato per altri lavori)  Grastid a59( attrezzo agricolo usato per trascinare foglie ,paglia ecc. consistente in una barretta di legno dove erano conficcati perpendicolarmente delle piccole aste rotonde o piatte in ferro  di circa otto centimetri , il tutto fissato ad un manico di circa due metri) Carriol a60 ( attrezzo da trasporto con una ruota al termine di due barre di legno parallele  con una piattaforma  fissata al disopra , sempre in legno  per appoggio di materiale) Paparan a61 ( il papà grande cioè  il nonno)  Zcumbaer a62 ( un parente, cioè lo zio che ne era diventato in qualche occasione anche padrino cioè compare)  Stuscn a63( tartaruga) Rcot ascuant a64 (  ricotta forte) Pgnaet a65 ( recipiente in terracotta usata molto in cucina per cuocere legumi  o brodo) Frzzlich a66( pentola bassa con un manico usata principalmente per friggere) Cuppin a67  ( mestolo) Trpet a68  ( attrezzo domestico consistente in un ferro battuto  a forma di triangolo con tre piedi  di appoggio, generalmente usato per poter poggiare pentole o tegami su fuoco o carboni accesi) Cuezzl a69 ( baccello della pianta delle fave contenente il frutto cioè le fave) Cuet a70( vincotto)  Cuenz  a71( torchio ) Fltur  a72 ( tappo in sughero usato molto per tappare bottiglie di vino , botti e damigiane) Scaraiaz a73 ( precario rifugio abitativo spesso in legno o altro materiale precario)   Sc cattabot a74(  Petalo del fiore di papavero usato come gioco  il quale messo nella parte superiore della mano sinistra , con il pugno chiuso e sovrastante  lo spazio vuoto tra il pollice e l’indice , lo si colpiva con il  palmo della mano destra provocando lo scoppio dello stesso) Paparina75  (pianta di papaveri dal  fiore  di colore rosso)  Pos c l a76 (tipo di pianticella selvatica somigliante alla rucola; spesso mangiata dai contadini , quando era necessario mettere qualcosa nello stomaco per fame.  Era di sapore un  po’ acidula)   Paencuc a77,( altra tipologia di pianta come la precedente  e con foglie un po’  più filiforme , che  alla fioritura metteva un fiore giallo. Era di sapore dolce al contrario della precedente)   Sporchia  a78 (  protuberanza delle radici delle piante di  fave.  Veniva fuori dal terreno a forma degli  asparagi , ma con dimensioni  più grandi. Dannosa per la pianta stessa delle fave perché  ne assorbiva la linfa facendole seccare) Crduz a79  ( schiena) Iagnarid a80 ( mento)  Sottacarroz a81( espressione e termine usato molto spesso per indicare la volontà di mollare a qualcuno un ceffone)   Mappin a82 ( piccolo asciugamano da cucina di forma quadrata o rettangolare)  Cuzzet a83 ( parte posteriore del cranio)  Sc cattarol  a84(  termine molto usato per indicare i papaveri , collegabile all’altro “ sc ca ttabbot “)  Tu tmagha85 ( erbaccia che cresce nei periodi estivi  molto rasoterra come rampicante , con rami molto carnosi e   pericoloso il liquido fuoruscito dai rametti spezzati che può  provocare   gonfiori e irritazioni alla pelle)   Carsid a86 (  carosello)  Spdcher a87( piccolo pettine con dentatura strettissima , molto usato nel passato per  poter pettinare capelli che erano infetti da pediculosi.)  Rasol  a88 (  piccola piastrina a semicerchio con manico , usata dal contadino per pulire  il terreno attaccatosi alla zappa durante il lavoro. Stesso tipo un po’ più grande usata dalla massaia durante la lavorazione e l’impasto della farina per il pane) Scarfuda89 (  salvadanaio)   Pddastr a90 ( giovane gallina)  Iarddida91 ( galluccio)Iaddin  a92( gallina)  Turchiest  a93 ( una razza di gallina, forse di provenienza Turca con tipo di piume grigie a puntini bianchi) U uica94 ( tacchino)  Tatarana95 ( il papà del nonno) Fr v laet a96 ( filo di ferro)  Ialet a97  ( recipiente  in legno in uso ai contadini per contenere spesso alimenti da dare da mangiare agli animali) Scuvirt  a98 ( il terrazzo cioè la parte del solaio scoperto sopra le vecchie abitazioni)  U uaev a99 ( vano all’aperto spesso al primo piano nelle antiche abitazioni prima dell’ingresso  principale , molto ricco di piante di fiori per le casalinghe appassionate di tali coltivazioni) La spech  a100  ( raccolta ed ammasso  in un determinato punto di un campo di tutte le pietre esistenti  nel terreno almeno le più grandi per renderlo più pulito e meno fastidioso ai lavori della terra)  La grast a101 ( il vaso dei fiori) U fus a102 ( antico attrezzo usato dalle donne per poter ridurre  in filo materiale come il cotone , la lana . ecc. consistente in una pezzo di legno a forma  di cono particolare  con un terminale a punta avente  una piastrina in metallo ad uncinetto e l’altra parte la base con un pezzo di legno sottile e rotondo   di circa venti centimetri in filato al centro che serviva per dare la spinta di rotazione  strofinandolo col palmo della mano sulla coscia ,  permettendo l’intreccio del materiale agganciato all’altro capo ad uncinetto) Tnid a103  ( recipiente in legno di circa un metro  un metro e trenta di altezza con diametro di circa cinquanta cm  e serviva durante  la vendemmia per contenere e trasportare l’uva)  La  ti na104  ( recipiente in legno molto usato per contenere l’uva pigiata e messa in fermentazione per alcuni giorni e successivamente estrarre il mosto fermentato in quella che poi veniva chiamata vinaccia. Aveva come forma e grandezza quella di una grossa botte tagliata a metà orizzontalmente , sul fondo era provvista di un foro con un tappo , che una volta tolto lasciava uscire solo la parte liquida e cioè il vino separandolo dalla vinaccia)  La vot a105( la botte)  Lacquaet  a106 ( vinello leggero ottenuto da una successiva spremitura  della così detta vinaccia con aggiunta di acqua e di qualche racimolo di uva di secondo taglio cioè i  “raciop”)  Furcin a107 ( forchetta)   Legha108  ( olio ) Muezca109(  morso)  Legn  a110 ( lingua) Cannarila111 (  laringe)  Cannaruta112 ( goloso)  La rech  a113( orecchio)   Capid  a114  ( capelli)  Lecchiea115 ( occhio)  Musc ch a116  (  il tratto della spalla  tra collo e inizio del braccio)  Ng nagh  a117( l’inguine)   Sc nuch  a118  ( ginocchio) Calcagna119( tallone) Logn  a120  ( unghia)   Psida121  ( piselli,  termine molto usato anche per indicare i testicoli) Cacaet a122 ( gabinetto grande  escrementi)  P sc aeta123  ( gabinetto piccolo “orinata”)  Scurzzed  a124  ( crosta di sangue secco formatasi su una ferita)  Maccarun a125  ( pasta, maccheroni)  Cialled a126 ( Cialda  consistente in pane di farina di grano duro raffermo  ammorbidito con acqua bollente condito  in infusione con   pomodoro ,cipolla , aglio , prezzemolo, uova, sale, olive dolci e mature ,  con aggiunta a condimento di  olio e formaggio grattugiato. Questi condimenti erano validi per la cialda calda . Mentre per la cialda fredda i condimenti erano diversi e cioè: pane con farina di grano duro ammorbidito con acqua fredda , condito con  olio,sale, cipolla, pomodori ,freschi, caroselli, cetrioli, peperoni, il tutto ridotti a pezzettini)  Paenquet a127 ( pane cotto , cioè fette di  pane fatto bollire  messo nel piatto e condito con olio, sale e  formaggio)  Grattacaes a128 ( grattuggia)  Menl  a129  ( mandorle)   Chiacuna130 ( fichi secchi) Nuced a131 ( nocelle , arachidi) Faeva132  ( fave)  Scazzcarida133 ( mulinello di vento , piccola tromba d’aria)  Cupplin  a134  ( piccolo berretto spesso di lana come copricapo per la  notte)  Coppl. A135( berretto copricapo giornaliero molto usata in Sicilia per esempio)  Minghiaril a136  (  termine  usato per indicare una persona un pò fessacchiotta)  Paenruss  a137 ( fette di pane abbrustolito,   si usava molto farlo abbrustolire sui carboni accesi e successivamente ancora caldo veniva bagnato con acqua , diventando appena morbido , seguiva il  condimento con  olio)  Panarid a138 ( cestino in  vimini , listelli di canne , o giovani germogli di ulivo intrecciati con arte. Il cestino più grande aveva il nome di “panaer”)  Disct a139 ( dito)  Pet  a140( piede ) Vraz  a141( braccio)   Sc nuch a142( ginocchio)  Zuppir a143( scodella)   Ciuclater  a144  ( caffettiera) U vang  a145 ( la panca,   tavola di legno con due piedi di appoggio laterali della stessa larghezza della tavola per poter permettere di sedersi in tre o quattro persone)  Salziz  a146  ( salsiccia)   Sugn   a147  ( grascia di maiale in precedenza sciolto riscaldandolo sul fuoco e successivamente fatto raffreddare, diventando quasi gelatinoso)   I men  a148  ( mammelle, il seno , )  Frizzl  a149  ( cubetti di lardo di maiale fatto soffriggere e poi aggiunto spesso al ragù , oppure anticamente molto usato soffritti per condimento ai legumi) Scuittl  a150  ( biscotti  generalmente indicati  quelli all’olio di oliva con semi di finocchio)



LA GRANDE NEVICATA DEL 1956

 

Dal 1900 al 2012 si sommano  uno dietro l’altro  112 anni , ma ritornando a metà strada ecco che ci troviamo al 1956  giusto la metà . e da questa metà si vuol partire con quello che si è sempre detto . Sapere, Capire, Conoscere, Imparare. E questo lo si fa venendo a conoscenza di un ricordo in modo particolare di un’avventura  raccontata da un  ex ragazzo che ha buona memoria  di quanto nei suoi anni vissuti gli sia capitato,  e che  continua a vivere ricordando. Questo racconto mette in evidenza quanto lo stile di vita di allora era immerso nel sacrificio e nel duro lavoro affrontato con coraggio,  determinazione, impegno per poter far fronte alle esigenze di sopravvivenza e amore  di intere  famiglie.

Ricordo di un’avventura caparbia che feci a quei tempi. Era il mese di marzo del 1956, un pomeriggio con la mia bicicletta, mezzo di locomozione all’epoca molto diffuso,  funzionante a forza di muscoli, mi recai da mio zio Giuseppe che lavorava il campagna come salariato fisso, e questo era una fortuna , presso un piccolo proprietario agricolo che possedeva una piccola masseria, nei pressi di una contrada denominata Torre Spagnola, un poco più vicina alla città di Matera che a Santeramo. Arrivato li non trovai mio Zio alla Masseria come io pensavo, anche perche ero andato per costruire un piccolo pollaio,che in precedenti incontri aveva espresso l’idea e   il desiderio spiegandomi le esigenze e necessità.  Nei miei programmi avevo fatto  il calcolo di tempo necessario, prevedendo che con il resto di quella  giornata  ed il giorno successivo avrei  finito il lavoro di costruzione.  Ma i fatti andarono diversamente. Mio zio stava nella vigna a raccogliere le sarmenti,( tralci) e certamente mi vide arrivare, considerando che la vigna si trovava su un altura da dove si poteva benissimo osservare giù a valle ciò che avveniva, distante circa trecento metri, e avendomi avvistato, pensò bene  di non interrompere il suo lavoro, dicendo  tanto verrà a trovarmi, e cosi fu. Arrivato sul posto nel vigneto  da mio zio che ero legato da tanto affetto, questo era molto dovuto al fatto che mi insegnava e faceva capire  tante cose di agricoltura che io della stessa  ero molto appassionato sia pure da giovane artigiano. Fui con molta soddisfazione invitato a dargli una mano a raccogliere i sarmenti (tralci) dicendomi: Lo finiamo  questo lavoro, così domani ti posso aiutare allarealizzazione del pollaio, così finisci lo stesso in giornata? Finito l’invito/ proposta si pretese la conferma con la parola “d’accordo” ? Mettendomi subito a lavoro, senza mai prendere qualsiasi discorso , quasi ammutolito per l’impegno preso e il lavoro che  nella mia mente avevo programmato, e oltretutto la giornata era fredda non ispirando chiacchierate.  Ma non passa un’ora di tempo che  cominciò a sfavillare neve.  Ci demmo da fare quanto più possibile nel raccogliere le “zeppre” ( rami e tralci). Intanto nevicava sempre più intenso e fitto, ma con insistenza e determinazione, riuscimmo a completare il lavoro che mio zio si era prefisso di fare. Anche se tartassati dal freddo, rientrammo alla masseria tutti contenti, per il lavoro completato, ed  anche perche dovevamo cucinare e poi naturalmente mangiare, c’è da dire che l’impegno lavorativo ed il freddo aveva fatto scaturire un appetito, che a me faceva un effetto come se digiunassi da due giorni.  Fu così che  mio zio  si affrettò ad accendere  il fuoco al caminetto, ma a dire il vero era un caminetti di quelli grandi che erano molto usati in campagna in quell’epoca, come una stanza a tre pareti con basso soffitto,  fatti a posta per poterci entrare dentro , e sedersi in ambo i lati  su  sedili fatti generalmente di tufo o pietre,  antistante al fuoco naturalmente  per riscaldarsi, ed anche asciugare  i vestiti , che molte volte durante i lavori, ed in particolari circostanze si bagnavano o inumidivano.  Mio zio ogni tanto anche se impegnato ai preparativi per la cena ed altro, ogni tanto  si affacciava fuori per guardare il tempo cosa stesse facendo. Ma oramai non si vedeva più, era quasi buio  perche  tardi e la luce del giorno si era ritirata. Nonostante ciò il candore della neve che veniva giù  riusciva a far  vedere che continuava a nevicare copiosamente. Questo fatto, non so perché, riusciva  anche, a far vedere  mio zio  felice come un bambino, forse perché  era l’unica occasione per potersi riposare un poco. Perche ad onor di verità era un grande e in stangabile lavoratore.  Intanto così cuoceva la “cicerchia”(legume buonissimo). Segui alla cottura dei legumi una desiderata cena. Durante questa fase cioè  il mangiare  si discute del più e del meno, ed ogni tanto lo zio mi sfotteva chiedendomi della “ zita” (la fidanzata), avendo saputo  e non so come,  che avevo una ragazza di  quasi cinque anni più grande di me.  Lui ha sempre cercato di consigliarmi a fin di bene. Così passammo un bel poco di tempo a chiacchierare,finche il sonno e la stanchezza non prese il sopravvento, e fu così che si decise di andare a  dormire. Il mattino seguente mio zio si alzo presto come del resto  faceva tutte le mattine,  perché qualcuno di buonora aveva molta fame e questo era il mulo perciò bisognava  governarlo. Dopo aver governato il mulo, si diresse con tanto interesse e curiosità, verso la porta di ingresso dell’abitazione, per vedere ancora una volta il tempo che faceva, per il nuovo giorno che cominciava,il tempo che faceva intenzione di aprire la stessa ed affacciarsi all’esterno. Ma pur facendo questa operazione, come fatta tutte le volte al mattino la porta non si apriva. Tirato il ferro che chiudeva per sicurezza la porta dall’interno , con Per un attimo baleno l’idea che qualcuno avesse legata la maniglia esterna a qualcosa per uno stupido scherzo. Ma non fu così, non perdendosi di animo prese la scala di legno e si affacciò dal finestrino che stava al di sopra della porta, a circa due metri e mezzo dal piano di calpestio, vedendo che dietro la porta era tutto un ammasso di neve, che il vento aveva vorticosamente ammassato. Intanto continuava a nevicare. A questo punto penso di attendere ancora un poco prima di venire a farmi la sveglia. Ma lui ardeva il desiderio di vedere quanta neve ci fosse, ma non tardò e mi chiamò tutto felice come un bambino dicendomi vieni a vedere quanta neve, anche io mi alzai tutto contento e mi diressi verso la porta di ingresso pensando che lui l’avesse già aperta, ma lui non mi disse niente per vedere la mia reazione, feci per aprire la porta e lui scoppiò in una  fortissima risata , dico fortissima che non finiva mai. Ma quando fini di ridere mi disse che lui aveva provato più volte ad aprire senza riuscirvi. A questo punto cosi felice anche della mia presenza , prese una fune la legò al ferro interno per chiusura di  sicurezza  e  incominciammo a tirare. Dopo diversi tentativi di  forzatura la porta si aprì. A questo punto vista la barriera di neve incominciammo a spalare cercando di aprire un varco ed avere visuale , ma la neve non finiva mai, con l’aggravante che continuava a nevicare con fiocchi che nessuno aveva mai visto prima. Con enorme fatica ed insistenza si riuscì a liberare giusto lo spazio antistante la porta per poterla  ben aprire, giusto ciò perche di più non si poteva. Cerano circa settanta ottanta centimetri di neve . Di colpo vidi mio zio fare un cenno con la testa, per questo io gli chiesi , che c’è zio Peppino ? e lui si girò verso di me  e mi disse: questa mattina doveva venire il padrone a portare i viveri ma con questo tempo   e situazione non credo proprio, ma comunque per oggi possiamo arrangiare. Speriamo nella venuta di domani, detto questo giusto per rincuorarmi, ma in cuor suo sapeva che sarebbe stato impossibile, perche a quei tempi le strade non erano asfaltate e poi con quel tempo era difficile che qualcuno si avventurasse a piedi, visto che la distanza da paese o da Santeramo era di circa diciassette chilometri . La giornata la passammo a dire chiacchiere di ogni genere e tipo, ma a dire la verità non faceva mai notte. Giunse ugualmente la sera rimanemmo vicino al fuoco dell’enorme caminetto per un bel poco di tempo, per poi andare a letto nella paglia. Subito mi addormentai. Il mattino seguente si ripetuta  la scena del giorno precedente , però vedendo mio zio un poco più preoccupato, perche il pensiero lo portava a vedere che non cera quasi niente da mangiare. Passano le ore e comincia a smettere di nevicare, a questo punto si pensò che nel pomeriggio potesse passare il raccoglitore del latte dalle campagne, ma fu una vana pensata, perché e vero che smise di nevicare ma  era anche vero che la temperatura si era abbassato a livello polare, tirando un vento che dava l’impressione di tagliarti la faccia ( come si usa dire con linguaggio contadino). Mio zio visto che ogni speranza era perduta, pensò bene : avendo un vecchio cassoni di legno che serviva per ripostiglio di vivere, prese una tovaglia pulita e la mettemmo per terra, e mi disse prendiamo il cassone e giriamolo sotto sopra e così facemmo e incomincio a battergli  sopra cosi usci un poco di farina e pochi frammenti di pasta di diversi tipi, ne segui che quella raccolta di residui misti furono cucinati insieme permettendo di sfamarci e andare avanti anche quella  volta. Ma si aspettava che il giorno dopo potesse passare qualcuno. All’indomani alzandoci ci guardammo in faccia , come dire , ”e adesso” ,ogni tanto guardavamo fuori alla porta nella speranza  di vedere qualcuno , ma non passava nessuno , perche sia pure non nevicasse, faceva un freddo cane a dirsi Siberiano can aria gelida che tirava da fermare il sangue. In me balenava l’avventurosa idea di andarmene, cioè ritornare al Paese, e poter mandare a mio zio i viveri necessari. Fu così che cominciai a dire che era necessario che mi incaminassi verso quella impresa ardua, ma io avevo anche un altro motivo: avevo la Zita,( fidanzata non ufficializzata) e pertanto mi premeva di andarmene. Mio zio cerco in tutti i modi di farmi desistere, avendo capito anche il motivo per cui insistevo, ma non aveva un’altra alternativa per convincermi. Eravamo senza viveri, cosi si convinse a farmi partire. Mi fece un sacco di raccomandazioni, la strada che dovevo seguire a piedi e di non fermarmi mai; mi disse : se ti fermi sei morto . Se pure lavorassi nel cimitero come scalpellino non avevo l’idea di ritirarmi prematuramente . Cosi mi coprii quanto più possibile e partii, a piedi naturalmente. Dopo qualche centinaio di metri, con sorpresa vidi che mi raggiunse con il mulo invitandomi a salire in groppa e ritornare indietro , perché il tempo si era fatto brutto e minaccioso andando verso il peggio. Ma la mia esuberanza e determinazione era tale che nulla mi poteva fermare. Visto che non poteva proprio convincermi, mi disse ancora una volta di non fermarmi mai,  e se caso mai cadessi mi dovevo  rialzare presto con tutte le mie forze disponibili e con tutta la disperazione che mi veniva dall’interiore, come se avessi fallito in una impresa difficile. Le sue parole mi diedero carica enorme, che camminando sulla neve mi pareva di volare. A dire il vero ero forte fisicamente, ed avevo un abitudine podistica. In breve tempo, raggiunsi la masseria “d tupp la cascia” , e quando fui avvistato dalla gente  che stava davanti ad un grande portone della stalla, si misero a gridare chiamandomi a loro, come se avessero avvistato un superstite della grande guerra, tutti incuriositi., mi avvicinai a loro appena in tempo a salutarli e incominciarono le domande, da dove venivo, se ero solo, chi ero,dove volevo andare con quel tempaccio da lupi, che veramente ci voleva una incoscienza da matti per compiere una simile impresa, anche perche comunicai la meta da raggiungere che era il Paese cioè Santeramo, qualcuno sussurro “ questo va a morire. Li guardai con senso di pena salutai e mi rimisi in cammino; fra tanti uomini che stavano li nessuno volle rischiare il viaggio con me, anche perché li stavano bene al sicuro ed anche forse per i viviri. Camminavo sempre più lesto e dopo un poco raggiunsi la masseria di Viglione ed anche li si ripete la scena . Mi chiamavano ad alta voce eeiiiii vieni qui, attratto da richiamo andai , ma qui mi accorsi che cera molta piu gente della prima masseria e qui fra i tanti diversi mi conoscevano. Ed anche li cominciò l’interrogatorio di come avevo potuto da solo affrontare una così ardua impresa. Nell’ascoltarmi tre uomini si convinsero di venire con me, perché dissero, se questo da solo ha percorso tutto questa strada in quattro sarà meno difficoltoso, e casomai potevamo aiutarci a vicenda, anche perche salire le murge era piu facile e meno distante dal paese. Vollero incamminarsi, ma il tempo era sempre più cattivo, tirava una tramontana freddissima che prima di allora non ricordavo. Partimmo io in avanti e loro tre in fila indiana dietro  di me , due trecento metri, uno grido di fermarci un attimo,mi girai e con la mano feci segno di proseguire, perche seguivo il consiglio di mio zio , non aprir bocca quando fa molto freddo e tira il vento gelido. Mi fermai un attimo per ascoltare colui , perche io non aprii bocca e disse se volete andare a morire voi andate io qui mi volto indietro, lo invitai a proseguire facendo sempre segno con la mano, perche io non parlai, gli altri si scoraggiarono nel sentire lui, che tra l’altro era il più grande e voltarono indietro. Proseguii da solo come un dannato senza fermarmi un istante, perche ero convinto che con una breve sosta mi sarebbe stata fatale, si poteva rimanere assiderato, poi sentivo sempre nelle mie orecchie la voce di mio zio, non fermarti mai. Camminai sempre più forte, non so se era il senso della disperazione a darmi la forza, oppure si era fatta l’abitudine. Il vento non cessò mai ed io non mi fermai mai, arrivai a casa verso le cinque della sera, mia madre quando mi vide apparire, si spaventò, perche sembravo uno venuta da oltretomba. Avevo gli occhi pieni di ghiaccio,  a meglio tutto le sembravo uno spettro. Subito mia madre mi fece cambiare gli abiti e bevvi qualche cosa di caldo, per mia fortuna quel giorno a mezzo giorno era avanza qualche poco di minestra , la riscaldo e me la bevvi, perche non masticai niente tanto non mangiavo da circa tre giorni. Subito dopo incomincio la predica di mia madre, perche ero stato così incosciente a lasciare mio zio da solo , perché non mi sarei mai permesso di fare una pazzia del genere , camminare tutto un giorno con un tempaccio del genere, solo perché dovevo andare a trovare la Zita, perché non  ebbe a credere  alla storia dei vivere o dei mancati alimenti, perché disse , tuo zio si sarebbe dato da fare  ad andarci a procurare  il cibo; non ci credette ma era la verità. La convinsi dicendogli che non lavrei fatto più una cosa del genere così pazzesca. Anche volendo nevicate del genere non si sono più verificate e chi sa se si verificheranno. Questo è un racconto vissuto di Erasmo Leo.

 

IL PRIGIONIERO

Baldassarre Erasmo durante la  II guerra mondiale fu fatto prigioniero e deportato in  Germania  e successivamente per il susseguirsi degli eventi bellici trasferito in Russia .Come e  risaputo, durante i conflitti bellici  comunicare con i propri cari , era a volte impossibile , tanto da lasciare le famiglie  per mesi senza alcuna notizia , sia per i luoghi dove ci si trovava sia per le condizioni della propria salute. Il tutto spesso dovuto ai mezzi rarefatti di comunicazioni. All’epoca era presente  solo qualche servizio di radio telefonia,  in maggior parte solo militare,  e rari servizi  di posta, realizzati con mezzi vari , improvvisati e precari. In guerra  per volontà   del nemico  nel caso di prigionieri e non permettere di comunicare e rendere note le località di prigionia,  le condizioni di vita  e i trattamenti riservate ai prigionieri. Tutto era controllato , letto e nel  il caso censurato. E se pur qualche lettera si lasciava passare avveniva dopo che vi era stato letto il contenuto e che questo fosse di proprio gradimento. Fu proprio in  questo ultimo caso che il prigioniero Baldassarre Erasmo, detto < tes c >  nel comunicare ai propri  genitori  dove si trovava e le sue condizioni di vita , per poter essere alquanto sicuro,  che la lettera non fosse censurata , cioè  potesse passare al controllo , e quindi con un po di fortuna ,essere recapitata ai suoi cari , scriveva cosi : Cari genitori io mi trovo ecc. ecc. spero che voi stiate tutti bene ecc. sperando che ci possiamo vedere  presto ,e di non preoccuparsi,  perché  qui si sta bene , si mangia e si beve  come la "vigilia dell'Immacolata"  ecc. ecc. Da ricordare che nel passato ,per usi ,costumi e fede la vigilia dell’Immacolata era d’obbligo osservare  il digiuno per l’intera giornata.  Qui si fa una riflessione  e cioè:  nella sofferenza e nella vita di sacrificio dell'essere umano, si sprigiona l’inventiva e l’ingegno  Da precisare che in seguito sarà  fatta integrazione  relativa al racconto ed al cittadino Baldassarre su  menzionato 

11) BATTAGLIA AEREA  

Con un po di dubbio sulla data del 16 Luglio del mese di settembre  del 1943,  si racconta che sui cieli del nostro territorio Paesano si ebbe una attacco e difesa aerea ad opera del comando aereo dell'aeroporto Militare di Gioia del Colle dove avevano sede squadriglie aeree del comando italo tedesco . Fu questo giorno che dall'aeroporto di Gioia del Colle si levarono in volo a seguito  allarme di difesa aerea,  velivoli  da caccia tedeschi  per affrontare ed abbattere degli aerei da bombardamento angloamericani provenienti da un precedente bombardamento su territorio foggiano . Fu sui nostri cieli che avvenne questo combattimento ed in questa fase uno dei bombardieri fu abbattuto , andando a precipitare in territorio Santermano nella vicinanza della masseria  denominata ( coppola vecchia) i cui proprietari erano una famiglia, pare non avessero figli il cui marito era il sig. Cacciapaglia Francesco. Il signore oltre ad essere proprietario dell'azienda  pare avesse le funzioni in paese di capo guardie campestri , ed abitante in via Roma verso la parte della chiesa del  Convento . Questa masseria era tenuta in fitto in quel periodo, da un Santermano  di  cognome Digirolamo. Di quanto venuto a conoscenza dal racconto è confermato da ricordi di vari cittadini,  che a seguito di questo fatto della caduta dell'aereo abbattuto in combattimento , nelle vicinanze della masseria  procurò al Sig. Digirolamo  moltissima paura , tanto che poco tempo dopo, qualche anno , a causa di ciò sopraggiunse la morte. Si racconta anche  non con assoluta certezza che il pilota  lanciatosi  con il paracadute fu abbattuto , colpito e mitragliato in  volo in  fase di atterraggio ,andò a finire e subito individuato e  trovato in una zona ed in un terreno   poco distante ove era precipitato l'aereo. Nei ricordi e nei racconti viene fuori  un particolare curioso, e cioè  che il  pilota deceduto , poi recuperato venne trovato privo di orologio in dotazione al polso dello stesso .  

10)  DESTINO 

A precedere l'episodio ed il racconto dell'eroico gesto del Militare Carmine Crupi vi è un altro che si vuole far conoscere ai Paesani e non , avvenuto nell'anno 1943 verso la fine della guerra, che questa volta un poco di fortuna salvò la cittadina dal disastro. Si racconta per voce dei Paesani che per nostro piacere ancor oggi possono raccontare episodi del passato , che forse nessuno riuscirà più a raccontare , se non si è attenti a non far perdere queste testimonianze storiche , che possono in un certo qual modo essere utili per il nostro futuro . Certo che bisogna avere considerazione della citazione , che un " Paese senza storia è un paese senza futuro". Questo racconto vuole mettere in evidenza che a volte anche la buona sorte aiuta. Il sig. Paradiso narra che nel mese di Settembre circa dell'anno 1943 una squadriglia di aerei da bombardamento di forze militari alleate Angloamericane,per poter permettere lo sbarco di truppe di sul suolo Italiano , cercavano di distruggere il più possibile postazioni, e depositi militari nemiche . Nel fare questo, fù individuato un deposito munizioni della Marina Militare di competenza del comando di Taranto, allocato per motivi strategici alle periferie della nostra cittadina Santeramo.Nel pianificare e procedere a realizzare tutto ciò fu tracciato , individuato  e comunicato ai comandi militari il nominativo di riferimento il paese di Santeramo . Nella fase attuativa nella notte del Settembre 1943 il nome del Paese di Santeramo , venne scambiato e segnalato sulle cartine militari  per errore dai piloti degli aerei bombardieri, con quello di Sannicandro . Fu così che Santeramo la prima volta con  un poco di fortuna  dovuta agli errori di comunicazione tra i piloti ed poco dovuto al fatto che la nostra cittadina , per la presenza di un deposito munizioni militari di grande importanza , nelle ore notturne veniva oscurato , cioè non ere permesso accendere luci sia pubbliche che private, si salva da una catastrofe. Tutta questa nostra fortuna andò a discapito della cittadina di Sannicandro di Bari, che subì molti danni. Per i paesani  venuti a conoscenza del  fatto e dello scampato pericolo generò contentezza , ma anche qualche apprensione , perche nella cittadina del Paese quasi vicino , vivevano alcuni parenti  dei  Santermani . Questi finche non ebbero la possibilità di mettersi in contatto  e dare  assicurazione  sulla loro incolumità crearono preoccupazione. Si racconta che qualcuno  ebbe a fare in giorni successivi il viaggio a Santeramo per poter  personalmente rassicurare. Uno tra questi e si cita come ricordo storico fu il cosi soprannominato come famiglia di appartenenza ( U mest la caes) e personalmente ( cibus)  Tutto ciò si riassume nel fatto che il destino di una persona di un Paese  di un popolo si poggia anche su un poco di fortuna o sfortuna  A cura del Sig. Paradiso  E. e Leo E.  

3)PALAZZO COLONNA

Piccolo frammento storico di palazzo Colonna, e cioè la storia del  transito, forse anche con  sosta, da parte di Giuseppe Garibaldi  nell'abitato di  Santeramo in colle stante la intercorsa amicizia in epoca passata, tra  alcuni collaboratori dello stesso Garibaldi  ed alcuni personaggi ,del nostro Paese, forse anche dello stesso Colonna ,proprietario dell’ omonimo  palazzo. Questo a quanto pare , viene ricordato e raccontato da qualche cittadino Santermano  Storia conosciuta da Vito  Solazzo  con qualche ricordo  personale , per aver gestito  dei lavori presso tale palazzo e su mandato di alcuni eredi oggi deceduti .  Certamente tutto ciò sarà oggetto di verifiche, e approfondimenti, per arricchimento storico e culturale  per la nostra Cittadinanza.    

 4 ) IL CARO ESTINTO

Storia del defunto Giovanni Cardascia laureando in ingegneria navale ,che a seguito della grande guerra  subì un trauma psicologico, che per tutto il resto della sua vita lo  traumatizzo e  ne segui il soprannome (U pa c d gialdin ). E ben nota e storica, la sua assidua presenza presso la tomba del defunto padre, quasi giornaliera e che a volte durava parecchio , quasi se non proprio fino  alla chiusura serale del cancello del cimitero. Proprio in queste circostanze  e durante i momenti di non lucidità ,era sempre più convinto, che con il defunto, come gli antichi  Egizi , poteva dialogare. In una di queste permanenze vicino alla tomba del caro genitore , gli  chiede   e crede di averne avuta una risposta , se gradisse  un  po’  di involtini arrosto, cosi detti (Gnumbredd ).Tutto questo  perché ,  al defunto padre, quando era in vita , piacevano tanto, da farne delle scorpacciate. Il tutto fu preparato veramente, salvo precisare che gli involtini venivano gustati da  un ignoto personaggio notturno,  poi conosciuto, che si sostituiva abilmente al defunto , nascosto dietro altre tombe dello stesso cimitero. Tutto proseguiva in perfetto ordine ,finche non veniva consegnato  l 'arrosto. Dopo di che, la finta voce del defunto , invitava il buon uomo ad allontanarsi , per poter in santa pace mangiare i gustosi ( gniumbredd)

   5)  I DOTTORI

Storia del sig. Delmonaco Giuseppe detto  (fiorino ) e del  suo amico di compagnia  detto (f sc chett ). Abile e bravo sellaio il primo  improvvisatosi dottore, ed il secondo  suo assistente medico. Attirati  chissà  dal loro, forse mortificato, o di natura psicologica o di fantasia ,desiderio sessuale, si attivavano per poter effettuare visite  mediche domiciliari. Ed  un giorno per poter mettere in pratica le loro inventive decidono , con stratagemmi e complicità di qualcuno altro cittadino,  che molto probabilmente, non li conosceva  bene ed in buona fede, architettano tutto per poter  visitare  una ragazza in un momento di non buona salute, decidendo di recarsi  addirittura nel paese  limitrofo, di Cassano delle Murge. Il tutto filò liscio fino alla scoperta della verità con tutte le conseguenze e le peripezie varie, che  ognuno può  immaginare. Tutto e concentrato nella preparazione delle trappole , nel reclutare le persone per poter scoprire la verità , nel momento che cominciavano a corre  voci e dubbi. Dopo tutto questo i personaggi su citati , con un  po’ di fortuna  riuscirono a cavarsela con una lisciata di pelo e con un occhio tumefatto ,salvandosi  dalle  brutte conseguenze che la  vicenda  poteva comportare.                            

 

Sapere-

Capire-Conoscere- Imparare

Sapete del Convento di San Rocco ?

Il convento di San Rocco fù  fortemente voluto dal Marchese di Santeramo  Giovanni  Battista Caracciolo e dalla consorte donna Vittoria Canaviglia . Il marchese arrivò ad un accordo con i frati  Francescani riformati,  chiamati anche Alcantarini, prendono il  nome, dal loro riformatore spagnolo, San Pietro di Alcantara. Appena stipulato l’accordo,  il marchese mise a disposizione 800 ducati, che per l’epoca era una somma considerevole. Nel 1672 appena giunse l’approvazione da Roma, il marchese mise a disposizione un grosso appezzamento di terra, che partendo dalla chiesa arriva fino giù alle case popolari di via Carlo Marx  inglobando tutta via Togliatti, lo stabile della  cooperativa e l’attuale parco  Don Nicola. Anche il Capitolo (i sacerdoti della chiesa Madre) cedettero un pezzo di terra all’angolo di via Matera angolo via Carducci, dove  adesso c’è il panificio bar. Anche tutti cittadini ricchi e poveri, contribuirono alla costruzione del convento. L’architetto fù Fra Salvatore da Grottaglie che, si ispirò ad altri conventi della zona, di Presicce, di Lequile e di Bari. Per la chiesa si ispirò alle chiese Francescane di Altamura, Minervino e Lecce. Oltre al contributo per l’avvio dei lavori, il marchese assegnò ai religiosi del convento di San Rocco 50 ducati e dodici tomoli di grano in perpetuo, a partire dal 3 maggio  1672, data dell’arrivo della licenza da Roma, per la costruzione   dell’edificio. La consorte del marchese donna Vittoria, lascio al convento l’offerta di una messa quotidiana che, i religiosi avrebbero celebrato sull’altare di san Michele che la stessa marchesa aveva fatto scolpire, forse da un frate scultore che risiedeva nello stesso convento. Fondò pure un legato di 17 ducati perché i frati ogni venerdì alle 22 esponessero il Santissimo innanzi al quale si recitassero preghiere per gli agonizzanti Nel nostro convento i frati coltivavano un poco  di tutto, ortaggi, frutti,crescevano animali tanto che un superiore disse che il convento di Santeramo, era il più ricco della zona e dava sostentamento anche a molti conventi vicini più poveri. Negl’anni 1837 -1840 i frati decisero di allungare la chiesa  di sei metri con l’aggiunta di due altari uno intitolato a San Giovanni Battista e l’altro a Santa Filomena di cui oggi si sono perse le tracce .Fù costruita la bella facciata, che adesso dopo i lavori di risanamento e ripulitura possiamo ammirare ancora di più. Nel 1855 il superiore padre Pietro Porfido fece costruire il grande sagrato che il popolo chiama la (chianchizz)con la scalinata centrale e le due scalinate laterali, intorno una balaustra con colonnine tutte in pietra. Il sagrato misura ml 16 di profondità e ml 20 di larghezza. Durante alcuni lavori eseguiti negli anni, è stato accertato che, sotto il sagrato come pure sotto la chiesa sono emerse molte ossa umane perché, allora non c’erano i cimiteri regolamentati come adesso e di conseguenza i morti, venivano seppelliti sotto le chiese. Dicevo che, durante i lavori  molte di queste ossa, sono state portate nell’ossario nel cimitero. Da studi fatti di recente, si è scoperto che il pavimento originale era in mattonelle di porcellana. Padre Adolfo Porfido recentemente scomparso ,era un attento ricercatore di storia locale. Ci faceva notare che la chiesa disponeva di due cori, uno inferiore e un altro superiore che si accedeva da una porta dalla sagrestia, con una scala di legno, questa porta la si nota che è stata murata sopra la porta dei bagni. Sotto il presbiterio sono sepolte le ossa  della terziaria Francescana Chiara Giannini morta in concetto di santità, all’età di 33 anni (1707-1740). La parte posteriore della chiesa con il campetto e l’attuale  parco Don Nicola negl’anni settanta, il compianto Don Pierino Dattoli fece preparare dall’Ing. Peppino Paradiso un progetto, che consisteva in un campetto per calcetto, uno di pallavolo ,un parco giochi per bambini e in mezzo c’erano due locali, che voleva  fare una sala per lettura per i genitori che accompagnavano i bambini. Ma gli amministratori dell’epoca avevano altri progetti per la testa ,ma quando Don Pierino capì le intenzioni di gente senza scrupoli, chiamò il costruttore Erasmo Giove e senza nessun permesso fece costruire il muro che ora divide il campetto dal parco Don Nicola.Così riuscimmo a salvare il campetto che ora serve per tante attività per la parrocchia. Da notare che sul sagrato dove ora vediamo la grotta che ospita la Madonna di Lourdes, quel posto quando c’erano i frati, serviva per distribuire il pasto ai poveri della città, sotto quell’arco c’era un grosso masso,che serviva per poggiare il pentolone e un frate era addetto alla distribuzione del rancio. Il nostro convento, dopo la confisca dei beni ecclesiastici lo stesso, fù adibito a tanti usi, come il carcere prima, in seguito l’Onmi (opera nazionale maternità infanzia ),poi come scuola di disegno, scuola per muratori. Durante la guerra ospitò anche i profughi ,il retro veniva usato come macello comunale fino agl’anni sessanta. Verso la metà degl’anni settanta, con l’arrivo di Don Pierino come parroco, i locali che prima servivano come canonica per Don Ciccio, il nuovo parroco decise di spendere un poco  di soldi, per renderli agibili e nacquero tante nuove attività, come la “radio colle” che in seguito diventò TRC, il giornale Partecipare,  la scuola di musica che in breve, raggiunse il numero di quasi un centinaio di ragazzi, con molti insegnanti che davano il loro contributo gratis, il coro parrocchiale forte di quasi una ottantina di elementi che eseguiva canti impegnati anche a quattro voci e anche musica folk.Tutto questo successo canoro musicale venne fuori, perché allora non si insegnava musica nelle scuole. Da notare che il coro parrocchiale ebbe tanto successo, portandolo addirittura ad essere  invitato a fare una tournè in Germania, Svizzera e Lussemburgo, città dove c’erano le comunità Santermane e cittadini italiani. Durante gli anni che vi fu la presenza  di  Don Pierino e anche Don Nicola sono stati eseguiti diversi lavori di restauro ma la grossa svolta c’è stata quando dopo tanti anni di attesa,Don Mirko è riuscito ad ottenere una grossa somma di euro dall’otto per mille, che i fedeli devolvono alla chiesa sulla denunzia dei redditi. Così è stato possibile procedere alla fase di restauro, risanamento, pavimentazione e pitturazione della chiesa che, ormai necessitava di questi lavori. Durante i lavori sono venuti alla luce le pitture che in passato erano stati coperti con la calce .Nella sala che Don Nicola chiamò degli affreschi, ma che in realtà è la sala del coro inferiore. Sulla volta sono venute fuori delle pitture particolari, di tipo geometriche se così possiamo chiamarle. Verso la fine degli anni novanta fù deciso di restaurare il coro ligneo di ottima fattura, in legno di noce satino di origine africano, malleabile nella lavorazione ma facile preda per il tarlo. Don Nicola affidò i lavori di restauro ad una ditta specializzata in restauri, di San Michele di Bari. Ma non riuscì a vedere la fine, perché il Signore lo chiamò a se. Così toccò al nuovo parroco Don Mirko, far fronte alla spesa considerevole di circa cinquantamila euro, ma ne è  valsa la pena, perché è stata recuperata un opera di notevole valore.  Il coro ligneo è composto da 18 stalli e su ognuno è dipinto o una madonna o un santo.Ogni figura intorno ha una corona di fiori dipinti forse da qualche frate residente nel convento. Da sinistra San Rocco terziario francescano,San Giovanni da Capistrano, San Bonaventura da Bagnoreggio, San Bernardino da Siena, un santo non identificato, ma secondo Don Nicola, si tratta del Beato Giacomo da Bitetto, San Pietro d’Alcantara, la Madonna, San Ludovico,Cristo Re, San Antonio da Padova, San Francesco d’Assisi, vuoto, vuoto, San Pasquale Bajlon ,Santa Rosa da Vilantes, San Diego, vuoto. Da precisare che le tele mancanti dagli scanni, si dice che nell’immediato dopo guerra si presento al parroco, un finto benefattore con l’intenzione di far restaurare le tre tele. Il povero don Ciccio acconsentì, con la speranza di aver fatto un opera buona. Dopo parecchio tempo non vedendo ritornare le tre tele restaurate, incominciò ad indagare, per capire che fine avevano fatto le tele. Da ricerche fatte in merito, si capì che le tele, avevano preso il volo oltre oceano. Seguirono le denunzie ma non servirono a niente, perché nel frattempo il finto benefattore era morto e di conseguenza non se ne fece più niente. Sempre nella sala degli affreschi o del coro, negl’anni novanta Don Nicola, fece dei lavori di restauro fece rimuovere un pavimento, che qualcuno prima di lui, aveva fatto alzare di una quindicina di centimetri   forse perché da sotto usciva l’umidità. Ma Don Nicola fece togliere quel rialzo, con l’intento di farlo a livello della sagrestia, ma durante i lavori si scopri una grossa botola con sopra una lapide  con lo stemma Francescano,e la scritta in latino Pax et bonum(Pace e bene ) (le braccia incrociate )e con un epitaffio in latino che dice che sotto erano sepolti quattro frati, che avevano vissuto nel convento. Don Nicola provvide alla riesumazione e li fece trasportare nell’ossario cittadino. In seguito fece coprire la lapide con un cristallo blindato in modo che tutti potessero ammirare la lapide che è un vero capolavoro .

Elenco degli arredi che adornano la chiesa del convento

 Cominciando da sinistra a fianco dell’altare maggiore, la statua di San Rocco unico blocco in pietra, opera di qualche artista regionale datata intorno al 1656 opera che già esisteva prima della realizzazione del convento, non si sa come sia arrivata nel nostro convento. Statua di San Francesco in legno di ulivo, nella nicchia dove fino agl’anni settanta era alloggiato il Crocifisso, che ora è sistemato sull’altare maggiore, da precisare che la statua di San Francesco, era alloggiata nella chiesa della Pietà sull’altare di destra. La Madonna dell’Immacolata concezione, in cartapesta di scuola Leccese, ed una splendida cornice intorno dorata con lamine di oro. San Giovanni Battista in cartapesta, anch’essa di scuola Leccese. Nella navata laterale la prima statua, della Madonna Addolorata, con scheletro in legno e manto nero ricamato in oro dono della famiglia di Rocco Plantamura, recuperata dallo stesso dalla chiesa di San Eligio che era in stato di abbandono e sconsacrata. La  famiglia Plantamura neglì anni settanta in occasione delle modifiche apportate nel presbiterio con la realizzazione del nuovo altare rivolto al pubblic,o ove il celebrante non dà più le spalle allo stesso. In quella occasione, la famiglia su citata, fece dono anche del prezioso tabernacolo tuttora in uso e del Crocifisso ubicato esternamente sulla facciata del campanile al di sotto dell’orologio. Mentre il San Michele Arcangelo in pietra voluta dalla Marchesa Donna Vittoria Canaviglia. Seguono  San Nicola da Bari con scheletro in legno rivestita in argento. Il Sacro Cuore di Gesù in cartapesta di scuola Leccese. Sant’Antonio unico blocco di pietra. Il  San Pasquale Bajlon in legno di ulivo di ottima fattura forse opera dei frati residenti nel nostro convento. Infine il S.S.Crocifisso in legno di ulivo opera dell’artista Francescano, Padre Angelo da Pietrafitta (CS)che ne ha realizzato altre, una nel convento di Matera , di Lequile (LE)e Lecce. Opere di pregevole fattura e di grande valore. Una Croce in ebano durissimo rivestita in madreperla portata da qualche frate dalla terra santa. Un calice d’argento, un turibolo  e una navicella d’argento del 18mo secolo. Una croce astile di argento, del XVII secolo. Un Ostensorio d’Argento di scuola Napoletana del XVII secolo. Una Grande tela che raffigura San Francesco quando riceve le stimmate, che in origine stava sull’altare maggiore prima che Don Pierino decidesse di sistemare il Crocifisso come lo vediamo adesso. La fece sistemare nella sala del coro sulla parete di sinistra all’entrata della stessa. Ma quando Don Nicola decise di recuperare gli affreschi fù sistemata in un locale al piano sopra, accatastata insieme a tante altre opere, che quasi tutti i santermani, non  sanno nemmeno che esistono. Nel terzo volume della Serafica Riforma di San Nicolò in Puglia, ci sono i frati santermani che si sono distinti. 1°)Padre Erasmo da Santeramo docente di teologia, morto in questa casa il 1772. 2°) Padre Filippo Nocco nato nel 1710 studioso ed insegnante nei conventi di Puglia e Basilicata. 3°) Padre Daniele  Putignano da Santeramo 1784 -1849, professore di teologia, filosofia e matematica nel seminario Arcivescovile di Matera. 4°)Padre Giuseppe Maria Giove docente di teologia negli studentati della provincia, nel 1832 fù consacrato Vescovo di Bova, nel 1835 Vescovo di Gallipoli, dove cessò di vivere in concetto di santità nel 1848, dove  è sepolto. E’doveroso fare una precisazione, le statue in legno di ulivo, di San Francesco, San Pasquale e la statua di San Giovanni Battista di cartapesta, furono restaurate da Don Nicola, con una spesa di circa trentamila euro di cui un contributo di diecimila euro da parte dell’industriale Pasquale Natuzzi per la devozione a San Pasquale. Dopo tanti usi fatti del convento dopo la confisca da parte dello stato, la chiesa di San Rocco era aperta al culto, la messa giornaliera, veniva officiata dall’ ex Colonnello Cappellano della prima guerra mondiale, Don Giovanni Perniola fino al primo maggio 1931, data in cui fù istituita a Santeramo la seconda parrocchia,  voluta dall’Arcivescovo di Bari Monsignor Augusto Curi e la parrocchia fù intitolata al S.S. Crocifisso. Da ricordare che negli anni a cavallo tra il 1950 e il 1960, il parroco dell’epoca don Ciccio Incellis fece costruire il nuovo campanile e l’ala nuova con il salone seminterrato, il salone a pian terra                     Pasquale Angiola

 

Sapere Capire Conoscere Imparare

Storia della Chiesetta di Iazzitello                                                                                                                

Era l’anno 1952, e  tra i tanti sacerdoti che vivevano a Santeramo  c’era  uno molto buono e bravo, si chiamava Don Vito Carlo Perniola, era insegnante alla scuola elementare. Lo chiamavano Don Vito Mlon, era molto bravo a scuola,  l’insegnante lo faceva col cuore,  anche se  qualche alunno non era bravo e sufficiente, non lo bocciava e così  mai nessuno, così gli affibbiarono questo nomignolo, tanto che in paese quando qualche ragazzo era un poco  scarso nell’apprendimento, e nella cultura  si diceva ( a cia sciut a scol a mlon ) dove sei andato a scuola a Mlon . Ma non è di questo che voglio parlare. Dicevo che era bravo è per questo ci teneva a lasciare un buon ricordo a Santeramo, qualcosa di ben visibile. Era molto devoto della Madonna e  vedremo in seguito perché . In quegl’anni si mise alla ricerca di un terreno per realizzare ciò che aveva in mente. Seppe che si vendeva un pezzo di murgia  in contrada Iazzitello, dopo aver contattato il padrone comprò quel  terreno di circa sei tomoli di murgia brulla e spoglia di alberi. Subito si mise in contatto con la forestale e fece domanda per piantare degli alberi, la richiesta  gli fu accordata e la forestale contribuì a piantare  la pineta che oggi possiamo vedere facendoci respirare anche aria buona quando andiamo a fare una passeggiata. A seguire agli inizi del 1953 fece costruire un piedistallo in tufo ed il 3 maggio festa della Croce,  si precisa che poco tempo prima aveva fatto costruire una grande  Croce di legno con al centro dello stesso inserita  una reliquie della Santa Croce, che tramite alcuni amici, aveva ricevuto da Roma, però di tutto ciò nessuno aveva saputo niente prima . In questa occasione  organizzò una processione dove parteciparono tanti fedeli e con a capo l’Arciprete Don Angelo Mastrandrea, altri sacerdoti noi chierichetti e  la grande Croce con al seguito  tutti i fedeli  in processione fino a Iazzitello . Arrivati sul posto due muratori aiutati da qualche volontario issarono la grande Croce sul piedistallo. Dicevo che era molto devoto della Madonna e nell’anno seguente fece il progetto per costruire una chiesetta che dedicò alla Madonna di Fatima. Il progetto originale della chiesetta, era con una navata centrale e due navate laterali. Ma per motivi economici si limito costruire solo la navata centrale e del disegno originale è rimasta solo la facciata .Aveva fretta forse per due motivi.  1°)  perché era un poco  avanti negl’anni 2°) perché SS Santità Pio XII ,aveva indetto per  l’anno 1955, l’anno Mariano e ricordo che in quell’anno arrivò in Italia, la Madonna di Fatima e per ben due mesi l’immagine della Madonna fece il giro per tutta l’Italia in elicottero, passando anche per  Santeramo . Don Vito Perniola   diede fretta a tutte le maestranze per completare la chiesa. Anche l’immagine della Madonna  fu opera dell’artista  santermano, Francesco  Ciccarone  meglio conosciuto come ( Mest Ciccio dei Santi medici), perché oltre ad aver prodotto le statue dei Santi  Medici ubicate  nella chiesa del Carmine ed altri che si trovano in un  portone in via Bainsizza di proprietà della famiglia Baldassarre. In tanti ha anni di attività, ha prodotto centinaia di immagini dei Santi Medici perché forniva il Santuario di Bitonto sito nella stessa Cittadina  conosciuto in tutta Europa. Nel mese di maggio del 1955 e precisamente il 24, fu invitato a Santeramo Sua Eccellenza Monsignor Enrico Nicodemo, per consacrare l’altare e benedire ed inaugurare la nuova chiesa con la statua della Madonna di Fatima. In seguito per la sua ferrea devozione Mariana, fece fare da “Mest Ciccio” una statua della Madonna di Picciano, facendola  sistemare in una nicchia laterale della chiesetta . In quella occasione.,l’Arcivescovo rimase affascinato dalla bellezza e dalla posizione del luogo, propose a Don Vito di creare una struttura, che potesse servire alla Curia di Bari per fare ritiri spirituali, convegni e  le vacanze estive per seminaristi. Don Vito ne fu  molto entusiasta e non ci  pensò due volte e cedette la proprietà alla curia di Bari che ancora ne è proprietaria. Anche se da venticinque anni Santeramo non fa più parte della Curia di Bari ma bensì fa parte della nuova Curia Altamura ,Gravina .Acquaviva.  Per qualche anno le buone intenzioni rimasero  ferme, poi il Santo Padre  Giovanni XXIII indisse il Concilio Vaticano II e Monsignor Nicodemo fu scelto tra i relatori al Concilio. Credo e pero che tutti  sappiamo  che il Concilio durò  tre  anni. In questo periodo e non molto tempo dopo, l’Arcivescovo si ammalò di un male incurabile che lo porto alla tomba. Così il sogno di Don Vito Perniola svanì e  di quel progetto non se ne fece più nulla. Per tanti anni la chiesetta e la pineta circostante rimasero  abbandonate, fino quando a Don Pierino Dattoli non venne in mente con un ricordo,  che nella chiesa della Pietà era stata anche sistemata la statua di San Martino de Porres  protettore dei barbieri e parrucchieri, opera anch’essa dell’artista  Francesco Ciccarone, commissionata dal comitato dei barbieri dove il  compianto  Lillino Plantamura   era il presidente.  Devo ricordare che il culto a San Martino de Porres a Santeramo, fu portato dal Padre Pasquale Buondonno dei padri Monfortani, che era stato per molti anni missionario  in Perù  patria del Santo. Per dare un poco  di vitalità alla zona Iazzitello, Don Pierino propose migliore  sistemazione  del  Santo nella chiesetta di Iazzitello e spostare la festa degli artigiani e quindi dei barbieri,  festeggiandola  il martedì dopo Pasqua in quella zona. Fino a quanto all’illuminante  Don Pierino non  venne un’altra delle sue idee. Visto che l’associazione polisportiva Sant’Erasmo si riuniva sotto il sagrato della chiesa madre per intrattenersi, giocare a carte e tenere incontri , ma non aveva nessun sito per fare attività  sportive all’esterno, così  Don Pierino, pensando si ricordò che a Iazzitello c’era tanto spazio abbandonato,  una mattina dopo aver preso appuntamento in Curia con l’Arcivescovo, fece salire in macchina quattro cinque giovani ,dicendo che voleva compagnia per andare a Bari in Curia per sbrigare una faccenda. I giovani non sapevano niente di che si trattava. Arrivati in curia si fece annunciare e dopo qualche minuto, fu ammesso nell’ufficio dell’Arcivescovo, entrarono anche i giovani sempre più curiosi di capire perché Don Pierino li aveva portati con sè. Dopo aver salutato Monsignore cominciò a chiedere se fosse possibile utilizzare un pezzo di suolo di Iazzitello per poter fare dei campetti di gioco per i ragazzi della polisportiva e degli altri ragazzi di Santeramo  perché non  c’erano spazi per poter esercitare attività sportive. Dopo aver ascoltato le motivazioni,  l’Arcivescovo  diede il consenso,  così dopo aver salutato,  fecero ritorno  tutti allegri e contenti. Dopo aver ottenuto il permesso dalla Curia, bisognava passare all’azione. Durante un assemblea della polisportiva convocata dai dirigenti fu esposto un progetto da eseguire nello spazio antistante la chiesetta. Tale progetto  consisteva nel fare un campo da gioco  grande  sino al limite della strada, un campetto da calcetto a fianco della croce e due campi da tennis  fino all’altro limite della strada. Una volta trovato  l’intesa bisognava incominciare ad operare. Con a capo i fratelli Morgese , Scattaglia , Digregorio ,Massaro ed altri,  si passò alla fase esecutiva, tutti i giovani dell’associazione si impegnarono a portare avanti i lavori. Chi era addetto a spianare il terreno, chi preparava le recinzioni chi preparava le reti ecc.  Nella prima metà del 1975 era già tutto pronto, il giorno dell’inaugurazione furono invitate tante personalità civili e militari e la madrina per l’occasione, fu la moglie dell’amico Vito Morgese.  Dopo il taglio del nastro ci fu  un piccolo rinfresco nel minuscolo bar che fu preparato per l’occasione e ancora oggi serve per dissetarsi. Negli spazi laterali dove sarebbero state costruite le due navate della chiesa,  ora sono adibite ad un lato i bagni e l’altro lato ci sono gli spogliato.  La chiesetta della Madonna di Fatima in  diverse occasioni dell’anno viene aperta al culto.  Vedi il martedì  dopo Pasqua, per la festa dei barbieri,  il 13 di maggio per la festa della Madonna di Fatima e quando si tengono i centri d’ascolto per la parrocchia del Crocifisso. A me spiace soltanto perché e domando alla Curia di Altamura ,Gravina ,Acquaviva una volta che Santeramo è stato scorporato dalla diocesi di Bari e accorpata alla nuova diocesi, perché la proprietà del Iazzitello non è stata ceduta alla nostra diocesi di nuova appartenenza?  e  di conseguenza alla cittadinanza di Santeramo. Io penso che i nostri sacerdoti dovrebbero interessarsi di questo problema. Concludo nella speranza di aver fatto una cosa gradita, nel ricordare questa storia locale. Penso che molti, specialmente tra i giovani, di tutto ciò non                      ANGIOLA PASQUALE 

Riflessioni dell’associazione “Paese Mio” e del suo Presidente  Quando sarà che nella mente degli individui e di  certi "individui “, s’instillerà  l’idea e la cultura che bisogna costruire e produrre e non  solo distruggere, consumare e approfittare ?  vivere di espedienti e da impostori? ”

Si diffida chiunque ed a qualsiasi titolo di fare uso o apportare modifiche a quanto  riportato nello scritto (storia della chiesetta di Iazzitello)  che si compone  di due pagine di formato A4. Qualsiasi uso va fatto  dandone esplicita e motivata  richiesta scritta all’Associazione o al firmatario del documento.           

ILLUSTRE PERSONALITA

 Le considerazioni di seguito evidenziate erano state scritte  qualche mese dopo la dipartita  di Padre Giandomenico ederano rimaste  cosi nel silenzio.Ma la notizia  della V° giornata del volontariato  di Santeramo,e il riferimento alla  figura  di Padre Giandomenico, nella locandina mi spinge a pubblicarle.Avrei  voluto tacere,ma la mia coscienza non  me lo permette,e mi suggerisce di  mettere in evidenza fatti ed episodi che ogni giorno si verificano in questa  nostra società  cosi tanto deteriorata culturalmente  e piena di malcostume  ed egoismo sfrenato . Lo faccio  anche a nome di tanti soci e simpatizzanti dell’Associazione Culturale  “Paese Mio” che sono del mio stesso parere  visto che nel discutere ed affrontare vari argomenti politici Culturali  le loro coscienze si ribellano al pari della mia.  Cercando di essere il più sintetico possibile mi accingo a mettere in evidenza un evento ultimamente  verificatosi,  che  mi ha fatto meditare e rammaricare  tanto. Alla  morte  Padre Giandomenico,  Grande Missionario di Pace e Padre  superiore del Convento di Assisi  Il grande francescano, nativo della nostra Cittadina, alla sua scomparsa  è tornato nella sua terra per il suo riposo eterno. Questo grande uomo  che in vita ha  promosso  raduni e incontri  per la pace  ed  avuto contatti  con i grandi  della terra nei vari Continenti e Nazioni, portando  sempre avanti  con forza e desiderio  la parola  pace, e giungendo nientemeno a parlare al palazzo delle Nazioni Unite , se non fosse  stato per un piccolo contributo di rispetto  portato dal Sindaco della nostra città  che si  è  recato ad Assisi a rendere omaggio alla salma di Padre Giandomenico, oltre questo nulla è stato fatto , al rientro della  salma nel paese natio, è stato trattato, come un cittadino qualunque.  Questo lo si deduce dal fatto che all’arrivo della salma erano presenti solo  il sottoscritto  con  alcuni abitudinari  della piazza più  i familiari che io  conoscevo e pochi altri parenti. Il carro funebre era li sotto la scalinata della chiesa con la bara di Padre Giandomenico  sola o quasi.  Questo fatto mi ha molto sconcertato  perche  credo  che  una  figura ed una personalità del genere avrebbe meritato ben altra accoglienza.  Si notava solo l’assenza della  comunità ecclesiale  Santermana  con i responsabili  di parrocchie,  della    diocesi  ed anche , soprattutto dei  partecipanti a marce e cortei della pace  che in passato si sono svolti, ad  Assisi,  Altamura, Gravina  . Ma  dove erano questi giovani e meno giovani partecipanti alle marce “ politiche “ della pace ?  Con grande amarezza  e me non rimaneva  che dare un umile e rispettoso saluto a Padre Giandomenico  accompagnato da una  preghiera e porgere le condoglianze ai familiari. L’amarezza , si accentua  ancor di più ora  vedendo  che molti vogliono approfittare della sua  grande figura  per  organizzare, apparire,  scrivere,  pubblicare foto , parlare , insomma tutti   vogliono mettersi   in prima fila  “senza aver  pagato il biglietto” . Questo nostro  paese sembra essere ricco di  rosiconi, copiatori , impostori , prime donne, profittatori, volontari a pagamento, pseudo organizzatori  ecc. Termino con la speranza che il livello culturale   del nostro Paese possa un giorno cambiare  e migliorare  tanto  che in futuro , non possano più verificarsi  ed evidenziati  fatti e misfatti  che certamente  non piacciono.  

                            IL PRESIDENTE  

 

STORIE ED ANEDDOTI PAESANI

Nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si racconta 

)   Pettl  a151  ( piccoli  panzerotti  fatti di impasti di farina ottenendo una massa come quella per il pane , ma molto più morbida , che a cucchiaiate si facevano soffriggere nell’olio)  Piz  a152   ( quasi una piccola pizza fatta con piccole quantità di avanzo della massa  del pane , messa al forno senza condimento veniva anche usata facendola soffriggere) Tien.  A153 (  tegame)   Sc c tur  a154  (saliva) Tavlet  a155( antico soppalco in legno  usato molto per conservare i viveri per le stagioni invernali) Quart  a156(  grossa brocca in  rame o alluminio  anche in argilla verniciata) Pa l tton  a157  ( cappotto Pastraen  a158  ( cappotto un poco più pesante)  Iagn  a159  ( uno dei denti,  la mole)  Sangin  a160  ( gengiva)  Statae  a161  ( stadera , attrezzo per  effettuare misure di pesi , consistente in una barra di ferro  graduata  con un peso scorrevole lungo tale barra  e con due ganci fissi ad un lato e  contrapposti)   Lum a162( lume , in passato vecchio lume a petrolio)  Burracc a163 ( borraccia)   Grammofn  a164 ( antico giradischi)   Rzzul  a165( tipo di brocca in argilla verniciata , usato per contenere il vino da mettere a tavola)  Rzzol  a166( recipiente in legno con capacità di circa otto litri usato  in cantina  per contenere vino durante i lavori di travaso )  Scaravaesc a167  ( scarafaggio)  Zoccl 168 ( ratto)  V s cand a169( altro termine usato per indicare uno schiaffo o ceffone)    Chianoz. a170 ( un tipo di pialla usata in passato dai falegnami)  Lim  a171 ( attrezzo del fabbro, la lima)  Rasp  a172 ( attrezzo usato in passato dal falegname per il legno, come la lima del fabbro)    Triangl a173 ( attrezzo come la lima usata dal fabbro solo che  di forma triangolare)  Furcid  a174( forcone  a solo due punte in ferro usato un passato dai contadini per inforcare i fasci di frumento legati durante la mietitura)  Futtuagh  a175( tipo di farfalla spesso gironzolante per la  casa)  Papagna176 ( papavero , pianta che si poi dimostrata vera e propria  droga  ; anticamente veniva spesso usata per fare decotti da dare ai bambini un po’  ribelli come sonnifero)  Ciuccl  a177  (  pezzo di legno a forma rotonda di circa dieci centimetri con i terminali a punta  che veniva usato dai ragazzini nel passato come gioco di strada  si usava colpirlo su una punta per farlo saltare e colpirlo al volo  per lanciarlo il più lontano possibile  adattandosi ai vari regolamenti di gioco) Chiande  a178  ( pianto) Cannael  a179  ( collare) Calzun a180  ( pantaloni)Curesc a181 ( cintura)  Calznit  ( mutande che in passato erano quasi somiglianti a gli attuali pantaloni di pigiama) Wuaral  a182  ( antiche ghette, somiglianti alle attuali fasce di tela o pelle  poste al disopra degli scarponcini dei militari in servizio di guardia  o in occasioni di parate spesso di colore bianco. In passato erano usate dai contadini per proteggere i piedi non permettendo l'ingresso di terreno nelle scarpe ed   erano di colore scuro)  Pept  a183  ( scorreggio)  Ch r ch ghiun  a184  ( verme o parassita che   prolifera nel frumento  depositato  in ambiente umido) Scatn  a185  ( scavo e lavorazione di terreno per prepararlo ad orto)  Forchia  a186  ( tana ) Tataea187  ( antico termine che indicava il padre)  Lenz  a188  ( sottile striscia di tela usata per fasciature e legature, spesso indicava anche il filo della canna da pesca)  Papanon a189   ( termine che indicava in passato il nonno) Scazzchaet a190  ( piccolo sollevamento)  Papasonn  a191  ( sonnolensa)  Spaparazzaet  a192  ( pisolino)  Stez a193 (pezzetto)All'umbert  a194( tipo di taglio di capelli  e di pettinatura fatta nel passato)   Amascagn  a195  ( altro tipo di taglio di capelli e di pettinatura)  Gnanl  a196  ( ghianda frutto dell’albero della roverella  e leccio)  Racaned  a197  ( telo quadrato di circa due metro e mezzo per due metro e mezzo usato dai contadini per trasportare paglia o foraggi)  Racn  a198  ( telo  di circa  venti metri per venti spesso era impermeabile usata dai contadini per coprire o raccogliere prodotti)  La fitt  a199 (  grossa pietra di particolare forma che serviva a delimitare i confini del proprio terreno)   Sc co sca200  ( piccola particella di materiale vario) Po v l  a201  ( polvere) Plvacch  a202  ( sollevamento di tanta polvere) Cavaet  a203  ( cunetta)  Loot a204  ( fango)  Waraion a205  ( pozzanghera) Zeppr  a206  ( rami secchi di piante)  Pgnatida207  ( contenitore di argilla a volte anche verniciato che serviva per la cottura lenta di legumi vicino al fuoco nei caminetti)  C ni sc a208 (cenere ancora infuocata)Tzzona209 ( pezzo di legna infuocato) Parapal  a210  ( antico giocattolo per bambini consistente in una piccola palla legata ad una lunga molla che veniva fatta oscillare su e giù  lanciandola ed afferrandola con la mano) Cruvida211  ( grossa pietra messa in cima a un muro a secco) Vaet  a212  ( piccolo passaggio in un muro a secco)  Carsid  a213  ( carosello, ortaggio) Scarfud  a214  ( salvadanaio) L'irgm  a215  ( un tipo di tegola antica copertura di tetti di locali ed abitazioni) Ciumner  a216  ( fumaiolo)  Quezzl  a217  ( baccello della pianta delle fave) Vang  218  ( badile) Tratur  a219  ( tiretto)  Pttrrin  a220  ( ventresca o pancetta.  Lard a221  ( lardo.  Caparid  a222 ( pezzo di salciccia , nella sua lunghezza e legata a tratti in piccoli involtini.  Sugn a223( grasso di maiale fatto sciogliere sul fuoco  poi fatto raffreddare in modo da ridurlo in uno stato quasi gelatinoso)  Sangichie a224  ( "sanguinaccio",  sangue di maiale mescolato con cioccolato in modo da ridurlo e assomigliare quasi alla  nutella ) Tascappaen  a225  (" tascapane " borsa usata in passato dai lavoratori  per poter portare alimenti molto spesso il pane ; era di tela resistente e portata a tracolla) Mbalc naet a226  ( ammuffito, era riferito in passato al pezzo del pane , quando era  raffermo  e si formavano nella mollica delle macchie verdognole di muffa )  La io c  a227  ( la paura) U zfon  a228  ( sifone , pezzo di tubo) Sciarcnid  a229  ( fascina,  fascio di rami secchi)  Sciarcna230   ( fascio di erba fresca) Ro s l  a231 ( geloni) Cannet  a232  ( goloso)  Cannarut  a233  ( goloso)  Su l friz  a234  ( pianta campestre  spinosa e pungente presente  nei campi durante la mietitura del grano, quindi  nel periodo estivo)   Cartddaet a235  ( cartellate, dolce fatto nel periodo natalizio, fatte di impasto di farina di grano creando una sfoglia poi  tagliata a strisce dentate e arrotolate  quasi una forma di rosa piatta , successivamente calate nel vincotto)  Purcid  a236  ( altro dolce natalizio  della specie  della cartellata  con forma  somigliante alla pasta, cioè le penne rigate con diametro più grande)  Quet  a237  ( vincotto)  La specchie  a238  ( ammasso di pietre raccolte tutte in un punto del campo per renderlo più pulito )  Arrsiriator  a239  ( ultime e piccole quantità di un prodotto  spesso alimentare da raccogliere  per poter pulire il recipiente o altro)  Furnaced a240  ( piccola fornace contenente carboni accesi con sopra una grata ove poggiare i tegami per effettuare lenti cotture) Sottacarroz a241  ( termine usato per mollare uno schiaffo) Dietrocarca242  ( antico fucile da caccia) Sc cuppetta243  ( altro nome dato al fucile tenuto per di più in casa  per la difesa)  Colm a244  ( origano) R mmaeta245  ( letame ) Chianghizz  a246 ( sagrato antistante la chiesa  a piano rialzato  e non a livello  stradale) Chiangon a247  ( grosso masso di pietra) Lussia a248  ( antico detersivo  ricavato dalla cenere) La sparacim  a249  ( la pianta degli asparagi)  La faeza 250  ( la feccia,  residuo che si trova alla fine di un liquido e precisamente del  vino contenuto nelle botti ) Sarmint a251  ( rami secchi della pianta di vite, i tralci)  Cppon a252  ( pianta della vite) prfil a253  ( fichi selvatici  da appendere ai rami delle piante del fico non selvatico per poterne ottenere un frutto di una migliore  qualità ) Facidd  a254 ( scintille) Pzzcarol a255( attuale molletta per fermare i panni alle corde per asciugare) Cavagghiul  a256      (attrezzo usato dall'antico stagnino oggi ( Lattoniere ) per poter lavorare il rame o alluminio per fare grosse  pentole.  Era realizzato  in  legno, di qualità abbastanza duro e resistente , aveva una forma di ipsilon capovolta con un sostegno trasversale , sul quale era anche ricavato un sedile , su cui l’artigiano si sedeva , e frontalmente aveva l’oggetto  o meglio dire il manufatto da lavorare per poter realizzare la grossa pentola , la “callaer” la caldaia ) Azzarigna257 ( azzardante , coraggioso  )  Massarìa 258  ( masseria o abitazione agricola , realizzata in grandi territori agricoli  )  Sciolt   a 259 ( diarrea)Bbarazzaet    a260  ( indigestione )  Lambacion  a261( lampone ) Lambaz   a262 ( lampone  di qualità più dolce e di dimensioni poco più grande)  Fucetl  a263   ( pezzo di legno di circo quindici cm. piatto ed arrotondato ai laterali ed affusolato alle due estremità , un poco vuoto al centro e con una incavatura lungo il perimetro . Su questo veniva arrotolato una certa quantità di filo di lana o altro materiale da tessere , per farlo passare attraverso i telai stretti delle antiche macchine di tessitura ( l'ardie) Caratid a 264  ( botte più piccola di circa cento duecento litri ) Sgghiut a265 (  singhiozzo) Pttrrin a266  (pancetta ) Srrett a267 ( morso , piastrina metallica inserita in bocca ai cavalli collegata alle briglie per poterli frenare e indirizzarli durante la guida ) Parapat  e  paesc  a268 ( accordo tra il dare ed avere  di vario genere ) R v caghie a 269   ( ..................) Scazchaet  a270 ( poco sollevare di un oggetto, di un peso , L'affacciarsi dell'appetito,  della fame  - scazzchaet l''apptit -)  Streng (grossa sega usata in passato dai muratori per tagliare tufi  ed anche dai taglialegna per tagliare tronchi di albero ,consistente in una fascia di acciaio, con spessore di un millimetro circa e  di circa mt. 1,5 di lunghezza per 10 / 15cm. di altezza con un lato a  grossa dentatura tagliente). Wad  a272 ( Il gallo più anziano di tutti , come dire il nonno del pollaio) Stacc a273(Piccola pietra piatta usata in un gioco antico che permetteva di colpire alcune altre piccole pietre messe in fila ad una certa distanza ) Passasalza274 ( recipiente a forma di una pentola con bordo di circa 15 cm di altezza con il fondo sollevato dal piano di appoggio di circa 10cm e lo stesso tutto forato in misura adeguata , il quale permetteva il passaggio del sugo di pomodoro lessato, schiacciato in tale recipiente tratteneva i semi e la corteccia. Tutto serviva a fare delle salse di pomodoro oppure delle conserve). Cunzerva275 ( succo e polpa di pomodoro lasciato essiccare al sole, ottenendo un prodotto simile alla marmellata,  tale prodotto  si conservava per tutti i mesi invernali.Si usava molto per poter preparare dei  gustosissimi , saporitissimi e coloratissimi sughi per deliziosi e genuini ragù). Wuerdl  a276  ( antico trapano a mano attrezzo per effettuare fori nel legno consistente in un pezzo di tondino di ferro lungo circa 30cm somigliante a una moderna punta da trapano con   un terminale ad anello nel quale veniva inserito di traverso un pezzo di legno tondo che permetteva di impugnarlo e far ruotare il ferro il quale entrando nel legno lo tagliava lasciando il foro).  Scanneda277 ( Specie di sedile usato sui  carri agricoli che permetteva al conducente di sedersi alle spalle degli animali da traino per poterli guidare, liberando un poco di spazio in più sullo stesso carro. Era formata da due robuste barre curve a forma quasi di un quarto di cerchio , e tra le due eran fissate ad incastro delle fasce di legno robuste distanziate opportunamente in modo da formare il piano di seduta , i terminali delle barre curve erano fissati un due grossi agganci a forma di foro quasi sempre piastre di ferro poste all'inizio  ed all'esterno del piano di carico del  carro ed alle spalle dell'animale da traino quasi sempre al di sopra della coda.  Callaera 278  ( "caldaia"  grande recipiente di alluminio o rame  che permetteva di cuocere o riscaldare grande quantità di prodotti. Tnagha279 ( tenaglia ) Ambolina280 ( piccolo recipiente  quasi un piccolo barattolo  con una levetta  ed una cannuccia superiore  posta di traverso che manovrava un pistoncino collegata ad una cannuccia inserita nel barattolo aspirando olio non alimentare   per poter oliare ingranaggi e quant’altro ) M br iael a281( grande piatto in terracotta verniciato , nel passato usato come piatto unico da mettere a  centro tavola per l'intera famiglia dove ognuno usava prelevare il cibo contenuto rispettando lo spazio o l'angolino  a lui riservato rispetto alla direzione che assumeva a tavola) Macnida 282 ( macinacaffè o macinapepe,  tipo di scatola o barattolo di forma quadrata  con un coperchio in cui era inserita una manovella che   collegata ad un cono di ferro inserito in un altro cono di ferro fisso veniva fatta girare e nello spazio tra un cono e l'altro tutti e due forniti di una dentatura elicoidale venivano fatti passare i chicchi di caffè o pepe , dallo spazio dato o regolato tra i due coni dipendeva la finezza del macinato.) Vlanzin a283 ( attrezzo agricolo formato da un pezzo di legno resistentissimo di circa un metro  di forma quasi sempre rotondo rare volte quadrato di circa 10 cm di diametro con al centro infilato un anello con gancio ed ai laterali altri due anelli infilati con degli altri anelli per aggancio dei tiranti collegati ai finimenti degli animali da tiro per carri agricoli. Questi servivano per agganciare ai carri agricoli altre forze da tiro in aiuto in caso di necessita. Fi sc chael a284  Pezzi di legno opportunamente modellati con agganciati fasce di cuoio, il tutto inserito su dei collari messi intorno al collo e sul petto dei cavalli o dei muli per   poter agganciare le barre di legno o gli assi portanti del telaio dei carri agricoli  "le stanghe" Minzquinda285 ( unita di misura per liquidi,  misurino di capacita di un decimo di litro a forma di cilindretto di alluminio con manico. Quind a286 ( come il "minzquind" pero con capacita di un quinto del litro) La menz a287 ( come al "quind" ma con capacita di mezzo litro). Ra sc cha288 ( pezzo di legno rettangolare 25x10 circa e con spessore di quattro cm con su  una facciata inserite delle piastrine di acciaio con dentatura fuoruscenti dal legno e messe a zig zag , serviva ai muratori per livellare ed appianare pezzi di materiali da costruzione cosi detti tufi.) Strigh  a289 Stessa forma del "ra sc ch" pero realizzata tutta in lamiera e serviva a fare pulizia sulle pelle, cuoio e peli degli animali principalmente bovini ed equini) Brisc con  a290 ( grossa spazzola di legno,  in passato la dentatura spazzolante era formata da ciuffi sporgenti dalla base in legno  di steli o rametti secchi e stagionati  ad esempio la pianta del" lino") .Palttucca291 attrezzo casalingo usato per poter smuovere i carboni accesi nei bracieri ravvivando il fuoco  riscaldando  gli ambienti  quando non esistevano ancora alcune forme di riscaldamento. ara composto da una piastra di ferro, nelle produzioni più lussuose  era realizzata in ottone  quasi quadrata con contorno alcune volte ben disegnato, collegata ad un manico sempre dello stesso materiale per poterlo impugnare.) Ronch a292( attrezzo agricolo usato per recidere cespugli e rami vari , di materiale in ferro acciaioso a forma di mezzaluna con la parte interna affilata e tagliente e con un manico da impugnatura in legno.) Stutafuech a293recipiente ad uso casalingo consistente un   piccolo bidone in rame con un coperchio quasi a chiusura ermetica , che permetteva il recupero dei carboni accesi immessi all' interno i quali alla chiusura del coperchio si spegnevano per la quasi totale mancanza di ossigeno. tutto questo per poterli riutilizzare altre volte riaccendendoli.) Aietafuecha294 ( attrezzo casalingo usato per agevolare l'accensione di un fuoco soffiandoci sopra, era quasi un piccolo mantice e cioè consistente un due piastre di legno sovrapposte e distanziate tra loro da una fascia di tela stretta oppure di cuoio a forma quasi dell'asso di picche nel gioco delle carte. Queste facendo opera di apertura e chiusura provocava la fuoruscita dalla parte a punta di vento a pressione .) Quenz a295 ( torchio)Chi ch ra296 ( colpo dato in testa con il pugno chiuso colpendo con le ossa della metà delle quattro dita della mano escluso il pollice) Maenmersa297 ( schiaffo dato con il rovescio della mano ) Annuslaea298 ( ascoltare , orecchiare ) Stattcit a299 ( non parlare, fare silenzio)  Re tl a300 ( attrezzo usato dai muratori per impastare la calce aveva la forma quasi di un mestolo terminando quasi piegato ad  u  fissato ad un manico di legno di circa due o tre metri)  Sciusciaccha301 ( parte delle piante di grano , di orzo ecc. oppure di foraggio secco che durante la mietitura sfuggiva alla legatura in fasci , restando sparso e disordinato per terra ) Sciusciaet

a302 ( Disordinato , non mettere le cose in ordine) Scarrasa303( piccola fessura, piccola apertura ) Chungugnla304 ( piccola parte di un grappolo di uva ,circa 5<>10 acini) Raciopp a305 (  grappoli piu piccoli di uva cresciuti dopo i primi  sui rami della pianta della vite (i tralci)VVrtigh a306 ( cortile ) Frusc c la307 (  furbetto ) Crae a308 ( domani) a30P scrae a309 (dopodomani) P scridd a310  ( dopo di dopodomani)  P scroffl a311 (dopo di dopo di dopodomani ) Sor v l  a312 ( antico frutto somigliante alle nespole un poco più piccole ed un poco più selvatico ) Sce sc la 313 ( altro frutto selvatico somigliante a delle olive un poco   grandicelle , alla maturazione avevano un colore  marrò tendente al rossiccio di sapore poco dolce ) L'uvaspin a 314  Frutto selvatico cresciuto su delle piante tipo macchie con rametti molto spinosi ed il cui frutto somigli a degli acini rotondi di uva  con un sapore alla maturazione  agrodolce ) R v tael  a315 ( piante  del rovo Il cui frutto sono le more) Uaiard a316 ( antico attrezzo agricolo usato prevalentemente per il trasporto di letame, consisteva in un piano rettangolare con due barre parallele i cui terminali  con funzione di quattro impugnature su tali barre erano fissate delle strisce trasversali  dando cosi una superficie di appoggio materiale di circa 1,5 mq il tutto  materiale di legno).  La scrim a317 ( la riga in testa nella pettinatura dei capelli)Capptid   a318   ( spago sottile che anticamente veniva usato per la cucitura delle scarpe  o dei finimenti dei cavalli tutto materiale in cuoio , precisando anche che prima dell'uso tale spago veniva passato e unto con cera o grasso animale) Crisciul.  a 319 ( lacci per scarpe  tutto in quoio)  Nannerchia  a320  (termine riferito ad uomo o donna di bassa statura e di forma particolare un pò bruttina tipo befana) Monchacid a321 ( il folletto ) Staccemm  a322  ( ...........  Smnzzell a323 ( piccolo chiodino usato prevalentemente dai calzolai per lavori di fissaggio della suola delle scarpe )     Sc cutamalogn a324 ( tipo di verme somigliante ad una lumaca senza il guscio vive e cresce in ambiente umido e marcio , come scantinati, dietro mattoni o tufi umidi )  Sanguettl  a325( sanguisuga , altro tipo di verme  somigliante quasi al precedente però con la caratteristica che attaccata al corpo umano era divoratrice di sangue tanto da essere usata in antichità per assorbire sangue nel caso di necessità  Sangicch a326 ( sanguinaccio ) lpidd  a327 ( termine usato molto per indicare un attacco alla salute un male tipo infarto) Mbrvon  a328( moccioso) Spciaria a329  ( farmacia ) Spciala330  (farmacista) Wawazz a331  ( gozzo) Chiacon  a332( fico secco)  Iett  a333  ( termine da alcuni usata in antichità ad indicare la mozzarella   Naech a334  ( culla ) Str iael  a335 ( raccolta di fasci di piante di grano o altri cereali legate ( i gregn ) durante la mietitura e raccolti ordinatamente a piccole cataste in mezzo ai campi, e successivamente essere raccolti e portati nelle aie per la trebbiatura. Gregna336 ( fasci di piante di cereali legati alla mietitura. Cavatid  a337 ( cavatelli ,pasta fatta in casa) Prucina338 ( pulcino ) M dudd a339 ( midollo ) Laer a340 ( grande spazio all'aperto davanti alle masserie in campagna , grande aia.  Trozzl  a341 ( antico piccolo giocattolo consistente in una piccola asticella simile ad un grissino su cui era fissata ad una estremitàuna ruota dentata dove ruotava una piastrina che al passaggio su detta ruota emetteva un suono scricchiolante. P rraezzl.a342 ( piccola trottola ) Sc co cha343 ( scalpello con la punta quadrata , molto usato per rompere grosse  pietre e ridurle a piccoli pezzi chiamati per conseguenza  sc co ch  nell'uso come piccoli cunei o incastri in alcuni  lavori in murature Zmarrid a344 ( terza fila di tufi poggianti sui muri perimetrali portanti in una costruzione di abitazione quando il soffitto non era in piano ( attuale solaio ) ma realizzato a volta cioè a semicerchio) Ciucchl  a345 ( asticella in legno di circa 27cm che veniva colpita ad una punta  con un pezzo di legno quadrato con manico facendola saltare verso l'alto per poi colpirla velocemente con la stessa, facendola fare un volo il più lontano possibile. Questa distanza misurata rappresentava la vittoria a questo antico gioco di strada dei ragazzi , tutto questo quando i giochi venivano inventati e realizzati dagli stessi giocatori " proprio come avviene adesso") Lae n ca346 ( uovo di galline  lasciato nel nido, solo dopo aver raccolto gli altri in modo da poter permettere alle stesse di poter deporre nello stesso posto.) Squagghiaet a347 ( sciolto ) Papr a348 ( oca ) Turchiesta349 ( gallina faraona ) Futtuagha350 ( farfalla ) P daeta351 ( pedata , orme lasciate dalle scarpe , o calcio dato con la scarpa) Graesstid a352 ( farina un pò grossolana non di prima qualità , frumento macinato non separato dalla crusca , in epoca passata era usata per fare pasta in casa risparmiando, molto in uso i cavatelli )Nzrraggha353 ( grossa serratura per antichi portoni ) Srrina354 ( serratura  per porte e vetrine ) Cendra355 ( chiodo ) Cndron a356 ( grosso chiodo ) Lambaera357 ( lampada a petrolio usata nel passato per illuminare il cammino dei carri agricoli  ed anche per indicarne la posizione e la presenza ) Nasid a358 ( parte terminale  di un legume  precisamente di  un lato delle fave) Sparacin  a359 ( la pianta degli asparagi , cioè l'asparago non raccolto e lasciato crescere e ramificarsi con piccolissime foglioline quasi aghiformi. ) Carrera360 ( carreggiata,  generalmente rappresentava in passato il solco sottilissimo lasciato dalle ruote dei carri agricoli lunga le vie di cominicazioni.) Gnanla361 ( seme o frutto degli alberi di quercia. ) Cochl a362 ( frutto o seme degli alberi di frassino.) Squettla363 ( biscotto oggi denominati taralli in diversi formati , i più comuni sono quelli con semi di finocchio). U ghiascon a364 ( antica stoffa molto dura). La vunneda365 ( ad indicare un vestito da donna , la sottana o la gonna.) Farnaela366 ( setaccio con fori un po grandi generalmente usato per setacciare i legumi , fave ceci lenticchie ecc.) Frchlicch.a367( bambino piccolo e minutino.) Fraschetta368 ( ragazza un po leggerina e facile.) Uarraion a369 ( pozzanghera ) Sbbogh a370 ( scopertura indicande spesso il taglio molto accentuato dei capelli o peli  ) Frasciaet a371 ( abortita ) Bandesch a372 ( ragazza molto vivace , gironzolona di carattere banditesco.) Mbranaet a373 ( impacciato, inesperto ) Ciarlir a374 uno che parla sempre. ) Mbrvid a375 ( malattia , la varicella.) Frusc chl a376 ( furbetto.) Znell a377 Temine indicante una bambina un po furbetta , vispa e un po civettuola. Zazzaneda378 ( Ragazzina civettuola e furba ) Roda379( pezzo di terreno, pochi mq,  generalmente  ubicato negli orti dove venivano immessi  semi di ortaggi per far germogliare una fitta vegetazione di piantine , poi usate per essere trapiantate altrove con il necessario spazio tra una pianta e l’altra , per farle crescere e raccoglierne i frutti o quanto altro. Chiandim a380 ( piccole piante generalmente di ortaggi da essere trapiantate. La Ruwina381 ( disastro, rovina  temine citato anche nel vangelo di Luca cap. 6 vs 49 “ la fiumana l’ha investita, e subito è crollata; e la ruina di quella casa è stata grande “ . Ciò fa pensare che le origini del nostro linguaggio è vario , anche ebraico.  T spica382 ( ti sbrighi )Pddastr a 383  (giovane gallina) La Iacch a384 (tipo caccia agli uccelli in particolare alle  allodole,  fatta in ore notturne con fiaccola o faro e campana , abbagliando e stordento il volatile in questione.

   Lezione  1à

 

Ricordati sempre che sei un animale chiamato cane, ti è stato riservato il previlegio di essere amico dell'uomo ( non della donna) perchè tu possa fare la guardia , andare a caccia e qualche altro compito a te riservato. Per questo godi di un certo rispetto, non paragonandoti a un porcospino, un agnello, un galluccio, un coniglio, etc. Devi sempre ricordare che sei un cane, cioè un animale che passa la vita in campagna e raramente in città, senza essere in alcun modo lasciato solo o abbandonato. Con cio si vuole essere preciso, cerca di non accampare più pretese, altrimenti si va a sovvertire l'equilibrio  del creato e della natura. credo di essermi spiegato. Per oggi la lezione può bastare, cerca ora di ripassare i compiti a cuccia, così prossimamente potrò pure interogarti  e completare la pagella con i voti, da far consultare agli animalisti e ascoltare loro cosa dicono e cosa ne pensano veriificando i loro giudizi.

                      S.C.I.C.

          SAPERE, CAPIRE     IMPARARE,CONOSCRE "Precisazioni su "Partecipare"

 Gent. Direttore,la prego di volermi concedere un  po  di spazio sulsuo giornale,per fare delle precisazioni, inerenti l’uscita del giornale Partecipare.Non per fare polemica, ma solo per fare verità storica,su molte inesattezze scritte da alcuni amici nel  numero  402 del mensile Partecipare . Per essere preciso voglio ricordare che, il primo numero del giornale vide la luce nel mese di Novembre dell’anno 1973,  usci come notiziario della parrocchia di Sant’Erasmo, ciclostilato in proprio dai giovani della parrocchia.Visto il successo ottenuto ,si pensò di fare qualcosa di più allargato  e  più  importante .Per fare un giornale vero ci voleva un direttore e in seguito ci voleva un direttore responsabile iscritto all’albo dei giornalisti. Insieme a  Don Pierino Dattoli si penso di chiamare  l’amico Pinuccio Silletti, come Direttore, poiché  aveva già  esperienza, aveva fatto parte con il Dottor Giovanni Trittò nella redazione del primo giornale cittadino Il  Mio Paese e si poteva  dire che Pinuccio era un poco  il factotum,  perché insieme con qualche altro raccoglieva il materiale e glielo spediva a Barletta, perché per motivi di lavoro  il Dottor Tritto abitava in questa Cittadina . Una volta assodato che Pinuccio assumeva la direzione, il vice direttore fu  nominato don Pierino Dattoli. Ora si poneva la  questione del direttore responsabile. In quegl’anni un  gruppo di amici di Santeramo tra cui Pinuccio, Vitangelo, Erasmo ,Pasquale ecc.Facevano parte dell’agenzia Corsivo di Bari e il direttore responsabile era ed è ancora il Dottor Stefano Bianco, cosi  si penò di chiedere al Dottor Bianco se fosse disposto ad accettare ,cosi fu  fissato  un appuntamento a Bari  nell’agenzia Corsivo in via G. Signorile al rione Madonnella.Inquell’occasione il Dottor Bianco si rese subito disponibile ed accettò, ed in seguito( per verità storica)  accetto pure la direzione di Radio Colle. In  tanto nel salone della chiesa madre furono invitati amici come Franco Digregorio, Pasquina  Labarile, Mina Ettore , Donato Bitetti Mariella Petragallo,Vito Tritto ,Anna Dattoli,GianniDesantis,Tonia Caponio ,Gianni Stano ed altri che al momento non mi vengono in mente e a questi chiedo scusa .Fu convocato il tipografo Mimmo Baldassarre che già faceva parte insieme alla moglie Chiara del coro Sant’Erasmo e fu chiesto un  preventivo di spesa per fare un giornale di otto pagine stampato. Tutto ciò portò  l’uscita  per il Santo Natale del 1973 de l primo numero di Partecipare. Sul frontespizio sotto il titolo Partecipare era scritto (A CURA DEL GRUPPO BUONA STAMPA PARROCCHIA SANT’ERASMO) numero unico .Nello stesso tempo si era completato l’iter per la registrazione in tribunale, e cosi nel mese di Gennaio 1974 usci il primo numero ufficiale registrato in tribunale .Ci tenevo a fare queste precisazioni perche  non si possono  non citare persone come Don Angelo Mastrandrea che non faceva mai mancare i suoi articoli e fino alla morte ha sempre corretto le bozze e in più ogni anno dava il suo contributo economico. Non si possono  non citare amici come Peppino Ciccarone, Peppino Morgese,  il sottoscritto,  addetti alla raccolta degli abbonamenti e alla diffusione del giornale e altre riviste Cattoliche. Come vedete nessuno si può arrogare il diritto di dire io ho fondato Partecipare, perché avete visto, per fare un giornale sia pure a livello locale, ci vuole la collaborazione di parecchie persone . Quando Monsignor Mariano Magrassi, decise di mandare Don Pierino alla parrocchia del SS Crocifisso, come parroco motivato dal fatto che il parroco  Don Ciccio Ingellis,  avanti con gli anni non ce la faceva più  a portare avanti la Parrocchia.  Don Ciccio parroco dal 1931, fu molto contento che Don Pierino, gli succedesse in parrocchia anche perché, non era facile sostituire un parroco come lui. Per tutto il bene che aveva profuso, non solo in parrocchia ma in tutta Santeramo,specialmente durante la guerra. Con Don Pierino tutta la redazione di Partecipare si trasferì nella parrocchia del SS Crocifisso. La redazione si sistemò  nei locali dell’ala vecchia del convento, nei locali dove fino a pochi anni prima era l’abitazione del parroco. Anche la radio e la scuola di musica trovarono spazio in quei locali . Dopo qualche anno Monsignor  Magrassi  decise di trasferire Don Pierino. A questa decisione non tanto ben accetta nella comunità Santermana, per rivedere tale decisione   ricordo che a livello cittadino e non parrocchiale fu costituito un comitato  e le persone nominate furono Arnaldo ed Matilde Cardinale, Ketti Robert, Marino Giampetruzzi e Angiola Pasquale. Fummo ricevuti in Curia dall’Arcivescovo Mariano Magrassi. Le prime due volte ci fece sperare che si potesse ottenere qualcosa, alla terza volta ci concedo dicendo, che una comunità come Toritto, aveva bisogno di un sacerdote come Don Pierino.Con l’arrivo in parrocchia del nuovo parroco ,Don Franco Vitucci non ci volle molto per capire che in parrocchia,non c’ era più posto per le attività che Don Pierino con tanta fatica e sacrifici aveva messo su. Partecipare grazie al direttore Pinuccio e un gruppo di amic, cerco una sede fuori dalla parrocchia .Si cerco una sede piuttosto centrale per far sì che i cittadini e gli abbonati non trovassero difficoltà ,così trovammo la sede in via San Giuseppe. Ricordo le tante  battaglie portate avanti dai componenti la redazione, per far sì che molti personaggi senza scrupoli non mettessero  le  mani sul giornale ed ecco perciò se ancora oggi dopo quarant’anni possiamo ancora leggere un giornale cittadino veramente libero. Ci tenevo a precisare queste cose per dire, che non può una sola o poche persone portare avanti un lavoro cosìimportante. s.tto PASQUALE   ANGIOLA

9) IL LASCITO

 Stagione invernale degli anni trenta. Un genitore  che per il racconto chiamiamo Giuseppe, per tutta la sua vita aveva fatto del lavoro la sua missione ; si sacrificava  con solo  obiettivo il bene della famiglia. Famiglia consistente in una moglie e sette figli, tutti cresciuti con il massimo di attenzione e con amore. Tutto il percorso di vita veniva accompagnato a dir la verità da  un  po’ di fortuna , fino a quando la sorte non lo rese  vedovo. Tutto questo non lo scalfi nella sua tenacia ad andare avanti  sempre con amore e ricercando continuamente il bene dei figli  non facendo mancare nulla. Ma purtroppo il tempo passa e la vita riserva anche la vecchiaia, e le forze fisiche a poco a poco ti mollano. Questo fatto lo inducono a decidere di donare tutto i suoi averi ai propri figli, senza venir meno al  senso di giustizia non lasciando scontento nessuno, e donando tutto in parti uguali. Nella contentezza dei figli il tempo per lui passava e rimaneva sempre più solo, e la vecchiaia (quella brutta bestia nemica degli esseri umani ) lo assaliva sempre di più. Trascorse  un po  di anni nella solitudine ed e per questo che si ammalo. E fu un giorno che i figli non vedendolo più, si recarono a verificare il motivo della sua assenza , e qui che fu trovato a letto ammalato e privo  di forze. I figli con tanto amore e preoccupazione gli chiesero cosa avesse e come si sentisse. Ma lui con coraggioso li  tranquillizzo  dicendo di non preoccuparsi ,  perché  a quella età ci si aspettava di prendere l'ultimo treno che lo portasse a destinazione. I figli rimasero  senza parola quasi interdetti. Dopo  essersi un po’ ripresi cominciano a pensare e a chiedersi come preparare i funerali del proprio genitore , il  quale li meritava grandi onoranze, su proposta del figlio maggiore , seguito dal consenso di tutti gli  altri figli.  Si comincia con il prospettare la necessaria partecipazione  delle confraternite, dei bambini degli asili , del capitolo ( cioè di tre sacerdoti), la banda musicale, il carro funebre ( nell'occasione sarebbe stata una carrozza con tre cavalli)' grandi addobbi in chiesa. Insomma tutto quando era necessario per onorarlo al massimo visto tutto quello che aveva fatto e dato loro. Tutti furono concordi e favorevoli a tutto ciò. Col passare del tempo, nella attesa della dipartita del padre, e col sopraggiungere della notte , e della stanchezza ,qualcuno che si addormentava qualche attimo, mentre qualche altro si svegliava e  cominciava a riflettere. Iniziava a comunicare i suoi pensieri a qualche fratello. Sai  ho pensato che è un peccato far venire quei poveri bambini al funerale con  il freddo rischiando di far prendere loro  qualche polmonite. Cosi passando la voce sono tutti  d’accordo. Segue il pensiero di un altro fratello,che propone di non far partecipare  le confraternite , tanto sono li per farsi una chiacchierata. Cosi  per i tre sacerdoti , tanto uno solo basta ,sono come le confraternite. Un altro fratello propone di non presentare i tre cavalli tanto uno ce la fa benissimo a portare avanti la carrozza. Continua l’altro fratello che pensa che anche per la banda musicale non e importante  visto il freddo che faceva ,non avrebbero avuto possibilità di suonare bene. Visto cosi si ha l’impressione che si passa da un funerale di grandi onori a un funerali fatto per opera di misericordia. Fu a questo punto che il padre quasi in fase di trapasso e che aveva avuto la forza di ascoltare tutto  con un filo di lucidità  , e con un grande sforzo sollevo il braccio con un  gesto  invito i figli ad avvicinarsi . Si preoccuparono di correre ad ascoltare , pensando ed immaginando chissà quale comunicazione avrebbe fatto il proprio padre , probabilmente qualche altra donazione.  Dice loro :  Datemi i pantaloni ! Me  ne vado da solo al cimitero , cosi non vi do fastidio e il funerale non vi costa niente" .A questo punto i figli presi dal rimorso e dalla vergogna scoppiarono a piangere con  dolore. La riflessione che si fa e quella che  ogni bene o dono ricevuto bisogna apprezzarlo ed onorarlo. A cura  dell'associazione "Paese Mio"  e del proprio Presidente  

2)  IL MAESTRO  MURATORE

Storiella del  maestro  muratore  Terlizzi  che sul luogo di lavoro ,oggi  moderno cantiere, che  chiamato il proprio collaboratore Figlio. Era in corso una ispezione o meglio un controllo  dei lavori in corso, da parte dell’Ingegnere direttore degli stessi, il quale si era recato in ritardo di un giorno per la verifica  sulla effettiva posa dei manufatti , della qualità e quantità del cemento  e della sezione del ferro nel solaio,  già posato il giorno prima  .Fu in quel momento che il maestro Terlizzi un  po’ arrabbiato forse  tanto , ma non lasciando trapelare nulla, che con i sui modi di fare con  precisione e puntualità e carattere di buon maestro , chiama il  figlio ad alta voce, dicendo : !Ag........noooo  porta un  po’  il piccone , cosi vediamo che vuole  e cosa  ha  in testa questa mattina l’Ingegnere. Si fa notare che la giusta  rabbia del Terlizzi ,era dovuta al fatto di dover rompere una piccola area di solaio , che si era già indurito per la posa effettuata il giorno precedente , giorno in cui era stata richiesta la presenza dell'Ingegnere. Quindi , la fatica da fare ,  per poter  adempiere alla richiesta dell’Ingegnere , lo rendeva  giustamente  nervoso  e credo che qualunque buon Maestro si  sarebbe infuriato. E da far presente che il maestro muratore Terlizzi,  è  il precursore , quasi a volersi dire l'inventore dei solai nelle costruzioni attuali fatto con cemento e mattoni forati.  Fatti cosi da renderli resistenti e leggeri nello stesso tempo. Questo perche Lui negli anni 50 o 60 nell'ampliamento della sua abitazione per effettuare il piano superiore, escogitò il sistema di intercalare nel cemento per il solaio tanti barattoli vuoti . Questo procurò identificare quella casa come " u palazz i scchitt" ( il palazzo dei barattoli) .                                

  6)  PULCINELLA

Da ricerche storiche  del Professor Gagliardi si evince che  il famoso Pulcinella sia stato Santermano, e non di Acerra.  Il suo nome era Antonio Petito. Il tutto deve essere , accertato,  e chiarito ,  attraverso ricerche in corso, possibilmente documentate. Tutto per  farne patrimonio storico culturale della  nostra cittadina  A cura di  Leo Erasmo ed Associazione “Paese mio”.                                                                                          7) I MUSICANTI 

 Si racconta  attraverso testimonianze di persone ancora viventi che Francesco Soldato da Molfetta, fu grande suonatore di strumenti musicali , principalmente  del Baritono (  bombardino ) ed  anche maestro di musica. Un tempo  ebbe a tenere un corso  di preparazione , in un salone cittadino. Durante queste lezioni  i musicanti non rispondevano ai suoi insegnamenti e direttive un poco per la loro scarsa  preparazione musicale,  un poco forse dovuto alla  stanchezza , per i lavori da loro svolti. Bisogna sapere anche che la passione  per la musica scaturiva dal desiderio di guadagnare  qualche soldo in più. Il maestro si irrito  fino al punto, di non saper dove sfogare la sua rabbia. Girando le  spalle ai cosi detti allievi musicanti ,  e rivolgendosi al Crocifisso, unico presente, ad ascoltare lezione di musica, ebbe a dire : “ Cristo mio!! “.Non furono i Giudei a metterti in Croce ma bensì questi scalmanati di  musicanti . A cura  Leo Erasmo ed Associazione Culturale "Paese mio"                                                                 

8) LE GROTTE 

Si parla e si racconta con qualche riferimento abbastanza preciso e  quasi documentato che il Professor Anelli potrebbe essere il falso scopritore delle grotte di Castellana . Da racconti e testimonianze, pare che prima del su citato Professore era sceso e si era calato in quei dirupi , per amor di avventura e curiosità a volte con estrema incoscienza e leggerezza, di fronte a degli incalcolabili pericoli, un giovane scalpellino di Castellana , apprendista di Laricchia   rinomato e conosciuto artista  scultore. Dando  notizia e portando a conoscenza , di quanto lui aveva visto di meraviglioso in quella profondità del suolo carsico. Zona  in cui in quel periodo il giovane effettuava  attività lavorativa in una cava di pietre. Tutto questo lo sosteneva anche la  stessa scrittrice Francesca ? o Teresa ?  Francioso, in un suo libro ,al momento non recuperabile, ma che in futuro ci si potrebbe venire in possesso. Come pure si potrebbe venire a conoscenza se esiste e se ne fa appello, qualche parente del ragazzo  muratore o scalpellino di Castellana  Grotte . A cura della Associazione Culturale "Paese Mio"

12)   SOPRANNOMI  

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17)Detti popolari: 

 So bon i  fich e i c res   ma   povra  a vendr ci u paen na tres> sono buoni i fichi e le ciliege ma povero ventre se il pane non entra  <ta fatt i capidd cla scrim mmenz.> ti sei fatto i capelli con la riga al centro,   pettinature varie < Ci na femn quan camin s torc d cul ci na ne p.... primo o po la fe pur > se una donna quando cammina si storce  il sedere se non è una donna di strada prima o poi lo diventa pure<” frnissm do” diss Pcoz quan frni d srviz a vott>Finisse qui, disse P coz (soprannome paesano) quando prese lavoro facendo  servizio alla botte (attuale autobotte, all’epoca  era un grosso serbatoio in rame adattato  su di un carro e tirato da un mulo)servizio consistente la raccolta del contenuto dei servizi igienici depositati in casa, in un contenitore (U  Pris) che bisognava svuotare tutte le mattine di buonora al passaggio per le strade cittadine della ( la vott ) il quale passaggio veniva annunciato da un suono di trombetta. Tutto quando ancora non esisteva il servizio di fogna pubblica 

< g narin fatt nu bcchir d lat, no!! quan i vacc s mang n luv>

Gennarino  vuoi bere  un bicchire di latte? no!!! quando le mucche si mangianol'uva 

 < vieta a tae ca si surd>

Beato te che sei sordo , fu la risposta del Sig. Giuseppe  Lassandro  detto (la pez) di professione sarto , amatore di musica concertistica, alla domanda di un amico Nicola Casone  quasi del tutto sordo detto (Gis)  anche lui amatore di musica e per un periodo Assessore Comunale all’annona,  di come i musicanti  stavano eseguendo l 'opera , assistendo  ad un concerto di una banda musicale in piazza, molto probabilmente stavano suonando disastrosamente 

<ce

disc coma luciett, e!!!! stu timb semb a chiov na fae spunze cus ann, e!!!! coma luciett pe spunze tu c vol l'acqua frvut.>

 Che dici commara Lucia ? E!!! questo tempo sempre a piovere ci deve fare ammorbidire tutti questo Anno. E!!!! commara Lucietta , per ammorbidire tu ci vuole l ' acqua bollente< Quan a na van na si mbtaet com nu caen vin trattate > Quando ad una parte non vieni invitato come un cane vieni trattato  < Sparagn o tin quan ie chiin >Risparmia al tino ( recipiente in legno o rame)  quando e pieno 

 

 

PARROCCHIE E QUARTIERI

Nel 1931 a Santeramo ,visto che il paese era cresciuto parecchio . L’arcivescovo di Bari Monsignor Augusto Curi ,decise di erigere a parrocchia la chiesa del Convento di San Rocco intitolandola al SS Crocifisso . Questo perché, già esisteva una bellissima immagine in legno di ulivo, del Cristo Crocifisso , scolpita dal frate francescano Angelo da Pietra Fissa (CS) che  oggi possiamo ammirare sull’ altare maggiore . Come primo parroco ,fu mandato un sacerdote di Toritto che pare si chiamasse Don Vincenzo, ma non sappiamo altro .  Don Vincenzo vi rimase solo pochi mesi,perché per ragioni di salute chiese all’Arcivescovo, di essere trasferito . A seguito dell’accoglienza di trasferimento, l’Arcivescovo mandò in sostituzione di Don Vincenzo un giovane prete Santermano appena ordinato sacerdote. Il nome del nuovo parroco era Don Leonardo Giove, che vi rimase fino al 1938, quando venne trasferito alla parrocchia di San Giuseppe a Bari . A Santeramo  con  il nuovo trasferimento,  fù mandato un altro giovane prete, che veniva da Montrone, ( attuale Adelfia) questo  si chiamava Don Francesco  Incellis,  per tutti più noto con nome più confidenziale  ( Don Cicc u  cument ), don Ciccio del Convento. Molto noto ai  meno giovani è il fatto che  durante la guerra, si prodigò in ogni modo per alleviare le tante sofferenze della gente. Era un prete che stava sempre in prima linea, sempre a fianco dei lavoratori sia durante l’occupazione dei tedeschi, che durante la liberazione quando arrivarono gli alleati. Nell’immediato dopoguerra si diede da fare per aiutare tante famiglie bisognose di tutto. Si diede da fare nel distribuire gli aiuti che arrivarono dell’America con il famoso Piano Mansciolt. Aiutò tanta gente  facendo da scrivano e da lettore, prima per i soldati che stavano in guerra e poi anche per le famiglie che avevano i parenti emigrati. Negl’anni cinquanta costruì il maestoso campanile, che ammiriamo  a fianco della facciata centrale. Prima  c’era  solo il campanile stile Francescano, eretto  sulla facciata posteriore  a ridosso del campetto ricreativo e di giochi. Vi sono  locali costruiti sul lato destro fiancheggiando  via Matera, trattasi di un salone seminterrato, un salone a piano terra, ed un primo piano con quattro locali, che oggi sono adibiti per le classi di catechismo, di cui la parrocchia e sempre carente dato la grandezza della stessa. Però i suddetti locali secondo l’idea di don Ciccio,  dovevano servire per fare un’asilo visto che il quartiere in espansione, ne era sprovvisto. Ma poi non se ne fece più niente e tutto il complesso fù utilizzato in modi diversi .Nel 1978 quando ormai le forze venivano meno . L’ Arcivescovo di Bari Monsignor Mariano Magrassi ,decise di trasferire Don Pierino Dattoli che faceva il Vicario nella chiesa Madre, diventò parroco della parrocchia del SS. Crocifisso . Ricordo che Don Pierino era preoccupato perché , non era facile sostituire uno come Don Ciccio, ma armato di tanta volontà e con l’aiuto di noi parrocchiani incominciò a prendere le tante iniziative vedi la radio colle,che in seguito diventò TRC  il giornale partecipare, la scuola di musica. Ma il coro parrocchiale forte di una ottantina di persone e con un  repertorio che spaziava dal folk ,ai canti popolari dialettali, ma principalmente la musica sacra, con brani impegnati anche a quattro voci,di autori importanti e nel 1982 dopo che si concretizzo il gemellaggio con la cittadina tedesca di Bad Sachingen, organizzò una tourne in diverse città della Germania della Svizzera e anche nel Lussemburgo, dove c’erano comunità italiane e Santermane . Peccato che dopo tanto lavoro, nel 1984 l’Arcivescovo decise di trasferire Don Pierino, come arciprete a Toritto ,tale decisione non accettata dalla nostra parrocchia ,pertanto ,si costituì  un comitato parrocchiale per far rimanere don Pierino in mezzo a noi .Fummo ricevuti per ben tre volte dall’Arcivescovo ma alla fine ci concedò dicendo che la comunità di Toritto aveva bisogno di un parroco come don Pierino .di fronte a ciò ci arrendemmo. Alla fine di ottobre del1984 l’Arcivescovo il nuovo parroco il sacerdote don Franco Vitucci di Binetto e rimase con noi per circa tre anni ,poiché nel 1986 la CEI ed il Vaticano decisero un riordino delle diocesi italiane. Fu istituita la nuova diocesi della murgia con la denominazione di Altamura Gravina Acquaviva. Avveniva che dopo oltre mille anni di appartenenza alla diocesi di Bari ,Santeramo  fù scorporata da Bari e fù accorpata alla nuova diocesi. Fù chiesto ai sacerdoti di scegliere di rimanere nelle parrocchie  dove operavano oppure ritornare nelle diocesi di appartenenza , don Franco Vitucci scelse di ritornare  nella diocesi di Bari e fu destinato a Grumo .Come vescovo della nuova diocesi fu nominato Monsignor Tarcisio Pisani di fresca nomina Episcopale proveniente dall’ordine dei Minimi di San Francesco da Paola.Alla nostra parrocchia fu mandato don Nicola Laterza un sacerdote di Acquaviva delle Fonti che veniva dalla parrocchia della Maddalena di Bari dove per circa tre anni aveva svolto il compito di vicario . E di fresca memoria tutto il bene che à fatto in mezzo a noi ,sia dal punto di vista pastorale che caritatevole, fino ai tanti lavori  fatti ,compreso i restauri nelle rettorie di San Domenico , della Pietà  e di San Domenico .Purtroppo il24 3 2008 prematuramente Don Nicola ci ha lasciato ,per raggiungere la casa del Padre ,lasciando la parrocchia nello sconforto e nella desolazione .Da circa due anni come tutti sappiamo il nostro parroco ,è don Mirko di nazionalità Polacca ,ammirevole per il suo impegno .che sta mettendo per far sì che non sia da meno degl’altri parroci che lo hanno preceduto e al quale non resta che augurarle buon lavoro .          Angiola  Pasquale

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